O PROFETA DI IQUE LANGA RACCONTA IL TORMENTO DI UN PASTORE CRISTIANO IN UN VILLAGGIO DEL MOZAMBICO SOSPESO TRA ADESIONE ALLA FEDE DEL DIO UNICO E I SOPRASSALTI DELLE VOCI PROVENIENTI DALLE CREDENZE NATIVE. GLI ANTENATI, GLI SPIRITI, LA SCIAMANA, GLI ANIMALI SIMBOLICI SEMBRANO COALIZZATI PER CONTRASTARE LA SERENITÀ E L'EQUILIBRIO DI UNA VITA DIVISA TRA FAMIGLIA E COMUNITÀ DEI DEVOTI. CHE LO VORREBBERO ANCHE GUARITORE...
Lui stesso è tormentato dal substrato di credenze native assecondando le quali, Helder avverte, guadagna sì in termini di seguito, ma al prezzo di un allontanamento dalla linearietà del dio unico, provvido, sapiente e, naturalmente, trascendente. Gli spiriti, gli antenati, le forze ctonie, immanenti, terribilmente irresponsabili e addirittura violente se confrontate col dialogo collaborativo tra Dio e gli umani impostato e imposto dal cristianesimo rivendicano il proprio posto: vogliono il sangue vero, non simbolico. Quello dei sacrifici. Gli spiriti stessi minacciano di diventare nemici se non adeguatamente appagati.
La recitazione stentata dei testi sacri da parte del pastore nel corso delle funzioni impallidisce al cospetto dei feroci moniti della sciamana. “Se non nutri il serpente - gli strilla tra beffarda e minacciosa - il serpente mangia te”.
Helder è un uomo in pena sospeso tra una normalità nel segno dell'ottimismo borghese della moglie che aspetta un figlio e fantastica con lui su un tranquillo futuro di genitori e nonni, e un’angoscia che lo attanaglia con sensi di colpa e gesti di autolesionismo…

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