mercoledì 25 marzo 2026

IN IL QUIETO VIVERE, ALL’ELISEO, CESENA, IL 1 APRILE, IL REGISTA CALABRESE GIANLUCA MATARRESE METTE IN SCENA IL DRAMMA DEL SUO CLAN FAMIGLIARE SPACCATO E PARALIZZATO DA INSANABILE ODIO INTERNO. RECITANO I FAMIGLIARI STESSI, LE DUE DONNE IN PARTICOLARE: MOGLIE E COGNATA. OPERA COME CATARSI MA FORSE È ANCHE METAFORA DI UNA CONDIZIONE PIÙ GENERALE DI DIVISIONE E IMMOBILITÀ. ALLO SPETTATORE LA SCELTA



La crepa alla base della locandina esprime la spaccatura che divide la famiglia, anzi il clan, di Gianluca Matarrese, regista calabrese e autore insieme a Nico Morabito di Il quieto vivere, storia ruvida, uscita nelle sale in questi giorni, di due donne, cognata e moglie, in irriducibile scontro. Psichiatria e psicoterapia possono forse soccorrere per comprendere le ragioni. 


Di certo c’è che siamo in un minuscolo crocevia sociale calabrese di 70 anime tutte imparentate e tutte più o meno inchiodate dal nocivo miasma di quell’insanabile odio tra le due. E che Matarrese, presentandolo al Palazzo del cinema di Milano, ha assegnato al film un doppio significato.


Il primo è forse più una funzione. Funge cioè da catarsi. È il termine usato più volte dal regista. Nel senso preciso che, essendo la troupe i famigliari stessi, la mimesis ha fatto da prevenzione a tragedie vere. Il regista ne è certo.


Anche però rappresenterebbe qualcosa che va oltre il qui e ora della Calabria profonda. Proviamo ad indovinare. Il quieto vivere potrebbe essere metafora di un paese diviso, litigioso e fermo, il nostro. O anche suggerirci che in questo tempo di contestazione del patriarcato, anche il matriarcato non se la passa bene. 


Le due donne se le danno infatti di santa ragione (verbalmente, ma una pistola che gira da una mano all’altra c’è) al cospetto di una comunità che non sa reagire, inventare qualcosa di alternativo, dire basta e mandarle al diavolo. Osserva come soggiogata da quella sterile baruffa: inutili gli inviti alla calma e i pochi maschi non toccano palla.


Un’altra lettura semplicemente suggerirebbe che anche da un contesto chiuso e implosivo del genere può uscire un regista molto simpatico come Gianluca Matarrese e con qualità certamente spendibili su altri set e temi. Glielo auguriamo. O peggio: da una realtà tanto claustrofobica se hai cervello puoi solo scappare. Non farcela è un dramma nel dramma.

mercoledì 18 marzo 2026

DOMANI INTERROGO DI UMBERTO CARTENI CON ANNA FERZETTI (LA GRAZIA) PROTAGONISTA CI RAPPRESENTA LA SCUOLA DEI SOGNI, QUELLA DELL'EMPATIA ESTREMA, DELL'ASCOLTO E DELLA FELICE INTESA TRA UNA PROF E LA SUA RIOTTOSA CLASSE. INSOMMA UNA SCUOLA IN CUI SU OGNI ALTRA PRIORITÁ DOMINA LA RELAZIONE. UN FILM PROFONDAMENTE ISPIRAZIONALE. A PATTO DI NON PRENDERLO COME ORO COLATO.

Domani interrogo di Umberto Carteni non ha nulla del docufilm. Daniele Gualdi, presentandolo all'Eliseo di Cesena accanto all'attrice protagonista, Anna Ferzetti, che fa la parte della prof, ha accennato ad un pizzico di parentela col genere. In effetti la trama è sottile e la stessa attrice ha confermato riguardo al ruolo importante dell’improvvisazione da parte dei giovani e bravissimi attori. Della realtà della scuola però il film non documenta affatto. 


Il che però costituisce  il suo massimo pregio. E anche la ragione per cui questo lungometraggio uscito nelle sale un mese fa meriterebbe un successo maggiore. Non solo di essere proposto per la fortunata rassegna cesenate di Cinemanimamente. Con cioè psicologi e dintorni.


Domani interrogo rappresenta infatti in una tranche d’ecole la scuola da sogno (nel senso letterale della formula) che molti vorrebbero ma che largamente non abbiamo. Una scuola cioè nella quale in modo enfatico certo (è fiction dopotutto) e quindi doverosamente emozionante gioca un ruolo fondamentale un ingrediente che nelle aule e nell'educazione in generale dovrebbe costituire l’impalcatura. La relazione.


Tutto del film, anche tradendo la realtà, parla di questa naturale inclinazione del sapiens che spinge e trascina all’interscambio di nozioni, pareri, emozioni, corpi, umori e liquidi. E di cui la scuola dovrebbe essere la fucina.  


Si, c’è del coraggio in Domani interrogo. Perché per rappresentare un consiglio di classe che si svolge intorno ad un tavolo con docenti che, siccome stanno parlando degli studenti, si guardano giocoforza in faccia, bisogna come minimo essere, come si suol dire, “di quelli che non la mandano a dire”. Bastano infatti i genitori per confermare che quella prassi nelle scuole italiane non è contemplata.



E poi c’è quell’abbraccio, verso il finale, quel fare un corpo solo coi loro corpi, studenti e prof, alla notizia di un lutto che li riguarda. Un abbraccio tanto lontano dal verifichificio che è la scuola superiore italiana. Inimmaginabile dalla dirigenza che, serrata nel suo burocratico stanzino, deve dare retta ad un genitore che protesta perché durante una lezione il/la docente ha detto cazzo.


Già, perché la prof di Domani interrogo ricorre proprio ad un “mi avete rotto il cazzo” per domare una classe riottosa e obliterare il suo ticket di esordio. Vogliamo vedere che succede se?

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sabato 14 marzo 2026

GOOD BOY DI JAN KOMASA CI PARLA DELLA FAMIGLIA, DEL NIDO COME FUCINA DI EMPATIA E SOLIDARIETÀ MA COI MEZZI DELLA RIEDUCAZIONE IN STILE ARANCIA MECCANICA. L'INTERROGATIVO SE LA FORZA GIUSTIFICHI LE MIGLIORI INTENZIONI SEMBRA INCONTRARE IN QUESTO FILM UNA RISPOSTA POSITIVA. UN FILM FIGLIO DEI TEMPI?

Nella prima mezzora di Good boy di Jan Komasa in uscita nelle sale nel marzo 2026 inevitabile che scatti il suggerimento di Arancia meccanica, con quel ragazzaccio che nelle sue notti da sballo ne fa d’ogni, ma un bel giorno entra forzatamente in un trial rieducativo non proprio convenzionale  À la guerre comme à la guerre.

Il celebre cult movie di Kubrik, tratto dal romanzo di Anthony Burgess, cede poi però il posto a prodotti di riconducibile discendenza dal capolavoro di cinquantacinque anni fa, ma più di serie, più intrisi di noir o thriller.

Viene in mente Locked (2025) con un terribile Anthony Hopkins nel ruolo di rieducatore “con altri mezzi” vessato dai ladruncoli o semplicemente folle, e Bill Scarsgard nella parte del giovanotto malcapitato cascato nelle grinfie vendicative dell’anziano. In Goodboy la vittima-protagonista, Tommy, è Anson Boon, 26 anni appena compiuti, la faccia scanzonato come nel film. L'aguzzino è interpretato dall’ottimo Stephen Graham

Avanti nella storia inevitabile però l’ingresso quanto a filiazione di La musica del caso di Paul Auster. Il senso e il fine dell’intrappolamento di Tommy acquistano sempre più un risvolto ambiguo, quasi metafisico. Scatta inevitabile anche il dubbio su un precipitare del finale altrettanto tragico, altrettanto senza alternative. Il carceriere la sa lunga. Il povero Tommy, che a questo punto ci fa pena, induce a solidarietà e la claustrofobia invade anche i nostri cuori.

Good boy però vuole andare oltre. Vuole insegnarci qualcosa sulla genesi della comunità di basela famiglia e dintorni, in un mondo che la assedia con la sua violenza e non ha riguardo per cancelli e sistemi di sicurezza. Sembrerebbe inoltre confidare sulla sua capacità di promuovere e moltiplicare redenzione. Rigorosamente "con altri mezzi". Legittimo dubitarne.