IN IL QUIETO VIVERE, ALL’ELISEO, CESENA, IL 1 APRILE, IL REGISTA CALABRESE GIANLUCA MATARRESE METTE IN SCENA IL DRAMMA DEL SUO CLAN FAMIGLIARE SPACCATO E PARALIZZATO DA INSANABILE ODIO INTERNO. RECITANO I FAMIGLIARI STESSI, LE DUE DONNE IN PARTICOLARE: MOGLIE E COGNATA. OPERA COME CATARSI MA FORSE È ANCHE METAFORA DI UNA CONDIZIONE PIÙ GENERALE DI DIVISIONE E IMMOBILITÀ. ALLO SPETTATORE LA SCELTA
La crepa alla base della locandina esprime la spaccatura che divide la famiglia, anzi il clan, di Gianluca Matarrese, regista calabrese e autore insieme a Nico Morabito di Il quieto vivere, storia ruvida, uscita nelle sale in questi giorni, di due donne, cognata e moglie, in irriducibile scontro. Psichiatria e psicoterapia possono forse soccorrere per comprendere le ragioni. Di certo c’è che siamo in un minuscolo crocevia sociale calabrese di 70 anime tutte imparentate e tutte più o meno inchiodate dal nocivo miasma di quell’insanabile odio tra le due. E che Matarrese, presentandolo al Palazzo del cinema di Milano, ha assegnato al film un doppio significato. Il primo è forse più una funzione. Funge cioè da catarsi. È il termine usato più volte dal regista. Nel senso preciso che, essendo la troupe i famigliari stessi, la mimesis ha fatto da prevenzione a tragedie vere. Il regista ne è certo. Anche però rappresenterebbe qualcosa che va oltre il qui e ora della Calabria p...