CONCRETE LAND DI ASMAHAN BKERAT, APPLAUDITISSIMO DOCUFILM DELLA SEMAINE DE LA CRITIQUE DI LOCARNO 2026, RACCONTA DI UNA FAMIGLIA PALESTINESE, NONNI GENITORI FIGLI, ACCAMPATA IN GIORDANIA E QUI VITTIMA DI XENOFOBIA, SOPRUSI E RAZZISMO. STORIA DI SRADICAMENTO E FATICOSA, SE NON DISPERATA, RESILIENZA CHE COINVOLGE ANCHE PER LA FORTE CARATTERIZZAZIONE DEI PERSONAGGI, I COMPONENTI STESSI DELLA FAMIGLIA.
Asmahan Bkerat |
Definire documentario Concrete Land, terra edificabile, è riduttivo. Il lungometraggio riunisce le tre generazioni dei Najar, compreso un ultimo parto proprio sul finire del documentario (quando ormai la brutalità del presente si avventa ancora su questi nomadi legati alla terra ma strappati dalla terra) in un mix di cronaca, storia, memoria e fiction. E abbraccia in un unico divenire singoli spiccatissimi caratteri.
La nonna, Hakima, in testa, in quanto figura ieratica inseparabile dalla sua adorata capra, Badrya, che del film è un po’ il simbolo. Proprio Hakima, racconta la regista, ha ispirato il lavoro, ingigantitosi in corsa. Ma anche il nonno, per il quale gli animali e il tempo all’aria aperta sono la vita. E i due genitori, lei coperta fino agli occhi perché stufa di dover spiegare perché mai, benché bianca, abbia sposato un camionista e va bene, ma nero.
Infine le due figlie, che un destino lo avrebbero, almeno in teoria, cominciando dalla scuola e dai compagni di classe se le lottizzazioni di una città dilagante e le profonde disuguaglianze non negassero sconti.
Lunghissimi applausi alla fine della proiezione pur non comparendo il titolo nel Palmarès del festival
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