IN THE SEA UN DODICENNE PALESTINESE DI RAMALLAH, CISGIORDANIA, SFIDA IL DIVIETO ISRAELIANO DI RAGGIUNGERE E VEDERE IL MARE. NO, NON PROPRIAMENTE UNA SFIDA CONTRO ISRAELE. CONTRO IL DIVIETO. MA NEL SUPERAMENTO DEI POSTI DI BLOCCO COSÌ COME NELL'ATTRAVERSAMENTO DI TEL AVIV INSCENA, VORREMMO DIRE INVOLONTARIAMENTE, CON LA PREPOTENZA DI UN PURO ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA, IL DRAMNA DELL'APARTHEID E DELLA DISCRIMINAZIONE DI UN POPOLO

La storia di The Sea, film di Shai Carmeli Pollak uscito nel settembre 2025 ma il 6 maggio 2026 portato dalla giornalista Giulia Innocenzi & friends nelle sale di tutt’Italia, non  è di quelle che più indignano e sconvolgono su Israele, Gaza e dintorni. L’incremento ormai senza freni inibitori, né politici né morali, delle pratiche di genocidio, pulizia etnica e apartheid ai danni dei palestinesi a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est dopo il 7 ottobre 2023 è attestato da inchieste, documentari, film e libri che documentato fatti, circostanze e testimonianze ben più brutali.  

Il protagonista però di The Sea, film tutto farina del sacco di Israele stesso, è un bambino palestinese di dodici anni, Khaled (Muhammad Gazawi). Ed è certo anche grazie a questo ingrediente che il lungometraggio s'è conquistato una sua significativa nicchia nell’iconografia cinemotografica delle ingiustizie e crudeltà israeliane in quella regione. Le ragioni dell'iniziativa del 6 maggio stanno anche in questo. Nel personaggio.

Perché Khaled è testardo. Incappa in un occhiuto e inflessibile divieto kafkiano che gli impedisce di superare le colonne d’Ercole del posto di blocco finale per arrivare in corriera insieme ai propri compagni di scuola a Tel Aviv, città di mare e di dolce vita israeliane, ma il mare Khaled lo vuol vedere a tutti i costi. Non l'ha mai visto.


Tenterà perciò di raggiungerlo di propria iniziativa, scansando e scartando posti di blocco, rischi, tortuosità metropolitane varie e, naturalmente, la barriera n.1: quella non dichiarata ma effettiva, che sottende tutte le altre, quella determinata dall'apartheid.


The Sea, oltre che una semplice storia di discriminazione, violata dal ragazzino, è anche la metafora dello scontro tra un popolo povero, disarmato e vessato (palestinesi della Cisgiordania) e un altro che vive la vessazione perpetrata ormai al cubo come un diritto esistenziale. Suffragandolo per giunta con deliranti e fanatiche ragioni.


Difficile non accostare l'Israele d'oggi agli USA in piena epoca razzista, al Sudafrica di Mandela, alla Germania hitleriana, alla Serbia di Slovodan Milosevic. E Khaled a tanti coraggiosi che si sono opposti.


Vediamo infatti Khaled tagliare divieti, pericoli e paure come una lama nel burro con la sua autistica volontà di vedere il mare, mentre Tel Aviv vuol solo svolgere i suoi affari e godersi la vita in un modo che una volta avremmo detto occidentale. Protetta dal suo scudo antimissili e dai rifugi. Senza pensieri al genocidio ad un pugno di km.


Nel suo corpaccione da bullo armato dagli Usa fino ai denti è però entrato Khaled: corpo estraneo, palestinese. Non sarà facile adesso farlo uscire.

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