Sarebbe bello leggere qualche recensione di Lettere gialle (Yellow letters) di İLKER ÇATAK, nelle sale dal 30 aprile, che premetta, almeno per inciso, che la vicenda del film è diretta espressione del regime repressivo imposto in Turchia dall’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan all’indomani del fallito colpo di stato del 2016 che ha fornito all’autocrate il pretesto per avviare una stretta autoritaria nel paese in particolare con la riforma costituzionale dell’anno dopo (2017).
La quale ha rafforzato notevolmente l’esecutivo (Erdogan), indebolendo l’equilibrio dei poteri, in primis quello della magistratura, e allargato in maniera pervasiva il controllo sulle istituzioni culturali, sui media e sul libero pensiero nella società turca. Che non è più una democrazia…
Perché, se no, non si capisce proprio come possa accadere quello che accade nel film. Che un docente e autore teatrale e un’attrice, marito e moglie, Aziz e Derya, interpretati rispettivamente da TANSU BİÇER e ÖZGÜ NAMAL, ricevano, appunto, la lettera gialla. E da un giorno all'altro si scoprano licenziati dai superiori e abbandonati e pure traditi dai propri soci e sodali per aver espresso idee non governative e contrarie e a quelle della maggioranza. Per esempio contestando la guerra ri-scatenata contro i curdi dal 2015 secondo la logica eterna delle autocrazie che vogliono nemici.
Nel caso di Derya basta il rifiuto di una foto di gruppo con il prefetto alla fine dello spettacolo e della sua applauditissima performance. I regimi, oltre alla corruzione, si sa che scatenano la suscettibilità delle mezze tacche dell’apparato.
E di conseguenza la coppia è costretta ad abbandonare Ankara, rifugiandosi ad Istanbul per raccattare solidarietà, aiuto economico, lavori alternativi (lui farà il taxista) e, inevitabilmente, vedere la propria unione imperniata, oltre al resto, su comunione di ideali e collaborazione teatrale (lei attrice di fama, lui autore e regista) drammaticamente sottoposta a stress. Con anche la figlia adolescente (Ezgi) in piena fioritura rivendicativa che, per dirlo con un eufemismo, collabora poco.
Il resto è la vita di quando i diritti fondamentali del cittadino non sono più rispettati. E anche un post sui social o un comportamento non proprio a norma al lavoro ti si ritorcono contro ex post. E collassare è più facile sotto il al peso dei sacrifici, degli inevitabili errori e dei compromessi al ribasso imposti dal bisogno.





