mercoledì 18 marzo 2026

DOMANI INTERROGO DI UMBERTO CARTENI CON ANNA FERZETTI (LA GRAZIA) PROTAGONISTA CI RAPPRESENTA LA SCUOLA DEI SOGNI, QUELLA DELL'EMPATIA ESTREMA, DELL'ASCOLTO E DELLA FELICE INTESA TRA UNA PROF E LA SUA RIOTTOSA CLASSE. INSOMMA UNA SCUOLA IN CUI SU OGNI ALTRA PRIORITÁ DOMINA LA RELAZIONE. UN FILM PROFONDAMENTE ISPIRAZIONALE. A PATTO DI NON PRENDERLO COME ORO COLATO.



Domani interrogo di Umberto Carteni non ha nulla del docufilm. Daniele Gualdi, presentandolo all'Eliseo di Cesena accanto all'attrice protagonista, Anna Ferzetti, che fa la parte della prof, ha accennato ad un pizzico di parentela col genere. In effetti la trama è sottile e la stessa attrice ha confermato riguardo al ruolo importante dell’improvvisazione da parte dei giovani e bravissimi attori. Della realtà della scuola però il film non documenta affatto. 


Il che però costituisce  il suo massimo pregio. E anche la ragione per cui questo lungometraggio uscito nelle sale un mese fa meriterebbe un successo maggiore. Non solo di essere proposto per la fortunata rassegna cesenate di Cinemanimamente. Con cioè psicologi e dintorni.


Domani interrogo rappresenta infatti in una tranche d’ecole la scuola da sogno (nel senso letterale della formula) che molti vorrebbero ma che largamente non abbiamo. Una scuola cioè nella quale in modo enfatico certo (è fiction dopotutto) e quindi doverosamente emozionante gioca un ruolo fondamentale un ingrediente che nelle aule e nell'educazione in generale dovrebbe costituire l’impalcatura. La relazione.


Tutto del film, anche tradendo la realtà, parla di questa naturale inclinazione del sapiens che spinge e trascina all’interscambio di nozioni, pareri, emozioni, corpi, umori e liquidi. E di cui la scuola dovrebbe essere la fucina.  


Si, c’è del coraggio in Domani interrogo. Perché per rappresentare un consiglio di classe che si svolge intorno ad un tavolo con docenti che, siccome stanno parlando degli studenti, si guardano giocoforza in faccia, bisogna come minimo essere, come si suol dire, “di quelli che non la mandano a dire”. Bastano infatti i genitori per confermare che quella prassi nelle scuole italiane non è contemplata.



E poi c’è quell’abbraccio, verso il finale, quel fare un corpo solo coi loro corpi, studenti e prof, alla notizia di un lutto che li riguarda. Un abbraccio tanto lontano dal verifichificio che è la scuola superiore italiana. Inimmaginabile dalla dirigenza che, serrata nel suo burocratico stanzino, deve dare retta ad un genitore che protesta perché durante una lezione il/la docente ha detto cazzo.


Già, perché la prof di Domani interrogo ricorre proprio ad un “mi avete rotto il cazzo” per domare una classe riottosa e obliterare il suo ticket di esordio. Vogliamo vedere che succede se?

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DOMANI INTERROGO DI UMBERTO CARTENI CON ANNA FERZETTI (LA GRAZIA) PROTAGONISTA CI RAPPRESENTA LA SCUOLA DEI SOGNI, QUELLA DELL'EMPATIA ESTREMA, DELL'ASCOLTO E DELLA FELICE INTESA TRA UNA PROF E LA SUA RIOTTOSA CLASSE. IN ULTIMA ISTANZA UNA SCUOLA IN CUI SU OGNI ALTRA PRIORITÀ DOMINA LA RELAZIONE. UN FILM INSOMMA PROFONDAMENTE ISPIRAZIONALE. A PATTO DI NON PRENDERLO COME ORO COLATO.

Domani interrogo di Umberto Carteni non ha nulla del docufilm. Daniele Gualdi, presentandolo all'Eliseo di Cesena accanto all'attrice protagonista, Anna Ferzetti, che fa la parte della prof, ha accennato ad un pizzico di parentela col genere. In effetti la trama è sottile e la stessa attrice ha confermato riguardo al ruolo importante dell’improvvisazione da parte dei giovani e bravissimi attori. Della realtà della scuola però il film non documenta affatto. 


Il che però costituisce  il suo massimo pregio. E anche la ragione per cui questo lungometraggio uscito nelle sale un mese fa meriterebbe un successo maggiore. Non solo di essere proposto per la fortunata rassegna cesenate di Cinemanimamente. Con cioè psicologi e dintorni.


Domani interrogo rappresenta infatti in una tranche d’ecole la scuola da sogno (nel senso letterale della formula) che molti vorrebbero ma che largamente non abbiamo. Una scuola cioè nella quale in modo enfatico certo (è fiction dopotutto) e quindi doverosamente emozionante gioca un ruolo fondamentale un ingrediente che nelle aule e nell'educazione in generale dovrebbe costituire l’impalcatura. La relazione.


Tutto del film, anche tradendo la realtà, parla di questa naturale inclinazione del sapiens che spinge e trascina all’interscambio di nozioni, pareri, emozioni, corpi, umori e liquidi. E di cui la scuola dovrebbe essere la fucina. 


C'è a questo riguardo del coraggio in Domani interrogo. Perché per rappresentare un consiglio di classe che si svolge intorno ad un tavolo con docenti che, siccome stanno parlando degli studenti, si guardano giocoforza in faccia, bisogna come minimo essere, come si suol dire, di quelli che non la mandano a dire. Basta infatti i genitore per confermare che quella prassi nelle scuole italiane non è contemplata.



E poi c’è quell’abbraccio, verso il finale, quel fare un corpo solo coi loro corpi, studenti e prof, alla notizia di un lutto che li riguarda. Un abbraccio tanto lontano dal verifichificio che è la scuola superiore italiana. Inimmaginabile dalla dirigenza che, serrata nel suo burocratico stanzino, deve dare retta ad un genitore che protesta perché durante una lezione il/la docente ha detto cazzo.


Già, perché la prof di Domani interrogo ricorre proprio ad un “mi avete rotto il cazzo” per domare una classe riottosa e obliterare il suo ticket di esordio. Vogliamo vedere che succede se?

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sabato 14 marzo 2026

GOOD BOY DI JAN KOMASA CI PARLA DELLA FAMIGLIA, DEL NIDO COME FUCINA DI EMPATIA E SOLIDARIETÀ MA COI MEZZI DELLA RIEDUCAZIONE IN STILE ARANCIA MECCANICA. L'INTERROGATIVO SE LA FORZA GIUSTIFICHI LE MIGLIORI INTENZIONI SEMBRA INCONTRARE IN QUESTO FILM UNA RISPOSTA POSITIVA. UN FILM FIGLIO DEI TEMPI?

Nella prima mezzora di Good boy di Jan Komasa in uscita nelle sale nel marzo 2026 inevitabile che scatti il suggerimento di Arancia meccanica, con quel ragazzaccio che nelle sue notti da sballo ne fa d’ogni, ma un bel giorno entra forzatamente in un trial rieducativo non proprio convenzionale  À la guerre comme à la guerre.

Il celebre cult movie di Kubrik, tratto dal romanzo di Anthony Burgess, cede poi però il posto a prodotti di riconducibile discendenza dal capolavoro di cinquantacinque anni fa, ma più di serie, più intrisi di noir o thriller.

Viene in mente Locked (2025) con un terribile Anthony Hopkins nel ruolo di rieducatore “con altri mezzi” vessato dai ladruncoli o semplicemente folle, e Bill Scarsgard nella parte del giovanotto malcapitato cascato nelle grinfie vendicative dell’anziano. In Goodboy la vittima-protagonista, Tommy, è Anson Boon, 26 anni appena compiuti, la faccia scanzonato come nel film. L'aguzzino è interpretato dall’ottimo Stephen Graham

Avanti nella storia inevitabile però l’ingresso quanto a filiazione di La musica del caso di Paul Auster. Il senso e il fine dell’intrappolamento di Tommy acquistano sempre più un risvolto ambiguo, quasi metafisico. Scatta inevitabile anche il dubbio su un precipitare del finale altrettanto tragico, altrettanto senza alternative. Il carceriere la sa lunga. Il povero Tommy, che a questo punto ci fa pena, induce a solidarietà e la claustrofobia invade anche i nostri cuori.

Good boy però vuole andare oltre. Vuole insegnarci qualcosa sulla genesi della comunità di basela famiglia e dintorni, in un mondo che la assedia con la sua violenza e non ha riguardo per cancelli e sistemi di sicurezza. Sembrerebbe inoltre confidare sulla sua capacità di promuovere e moltiplicare redenzione. Rigorosamente "con altri mezzi". Legittimo dubitarne.


venerdì 13 febbraio 2026

SUSY E GIAMPIERO E L'ESSENZA DEL TANGO PROPRIO NEL GIORNO DI SAN VALENTINO, PERCHÉ, COME DICONO I DUE MAESTRI DELL'ASSOCIAZIONE CESENATE MEDIALUNA, IL TANGO È COMUNICAZIONE GENTILE E QUEL CHE SI FA NEL TANGO LO SI FA IN DUE IN UNA COLLABORAZIONE ARMONICA E MAI IMPERATIVA. IL TANGO NASCE DA UNA FORTE RICERCA DEL PARTNER, MA È ANCHE UNA CARTINA DI TORNASOLE. SE LA COPPIA FUNZIONA LA ESALTA, SE NO SCOPPIA PER UNA SEMPLICE RAGIONE: NEL TANGO DEVI FARE TUTTO INSIEME


Susy e Giampiero, rispettivamente medico e prof un po’ cesenati un po’ forlivesi, ballano il tango da quasi trent’anni e con l’associazione cesenate Medialuna lo insegnano. E in questa intervista rispondono ad ogni domanda nel modo che esprime l’essenza stessa del ballo argentino: un dialogo armonioso tra una coppia in cui lui suggerisce, ostacola e imprigiona, lei inventa vie d’uscita, aggira impedimenti, seduce. L’insieme è unico e complice come le risposte alle domande di questa intervista a cui Susy e Giampiero contribuiscono come una persona sola, ma non all’unisono. Bensì in un concorde rilanciare, esemplificare, precisare, aggiungere. Note diverse, stessa sinfonia. Come nel tango, appunto.

A proposito dell’intesa tra i ballerini anticipando questa intervista mi parlavate del tango addirittura all’interno di un discorso di terapia di coppia. Ha forse, questo ballo, qualche potere che cementifica l’unione?

È un tipo di ballo che si basa sulla comunicazione tra un uomo e una donna. Una comunicazione particolare che presuppone il rispetto per l’altra persona. Non balli per te stesso ma per l’altro. La donna che recepisce il movimento esegue nel senso che c’è una proposta e una risposta, ma tutto in modalità gentile, non imperativa. Tale cioè da creare quella armonia che si vede dall’esterno. Ma attenzione: stiamo parlando del tango sociale, non quello di manifestazioni particolari, con cose preordinate ed esibizioni. Intendiamo il tango in cui comanda la comunicazione, in cui quel che si fa, lo si fa in due. Agli inizi degli anni ‘90, quando il tango argentino s’è risvegliato dopo il sonno della dittatura e si è diffuso a livello internazionale partendo dagli USA con la fondamentale manifestazione di rilancio a Broadway, gli organizzatori non vollero portare il tango show ma gente presa dalle milonghe, perché si voleva far vedere il tango sociale.

Il tango è cultura come tutti i balli, ma sembrerebbe di più. Anche il folk romagnolo è cultura ma non è diventato un ballo globale. Quali sono i punti di forza che hanno reso il tango un ballo che balli ovunque, a Oslo come a Tokyo?

Al contrario del folk romagnolo che è un fenomeno circoscritto nato nel dopoguerra, un fenomeno locale, il tango nasce a Buenos Aires e a Montevideo a seguito delle migrazioni da tutte le parti del mondo. Rappresenta infatti la sofferenza degli emigranti, la nostalgia della lontananza, e tantissime etnie partecipano alla sua maturazione. Gli italiani scappati dalla fame in testa. Gli ebrei dalle persecuzioni. E poi viene portato in USA. Da lì però poi ritorna dove è partito, nei luoghi in cui era nato. E torna trasformato e, diversamente dal folk romagnolo che è puro divertimento, si afferma come linguaggio primordiale del corpo comprensibile da chiunque perché usa il corpo al posto della parola nel senso che esprime gesti ed emozioni attraverso il corpo. Che, e qui veniamo al punto, è un linguaggio universale da tutti comprensibile nella Torre di Babele dei linguaggi del mondo. Di più: unisce universalità e individualità perché, e lo noti anche dall’esterno, ciascuno lo balla a modo proprio, come è nella vita e come è quel giorno. Questo anche perché indubbiamente il tango nasce da un forte desiderio di ricerca del partner, storicamente della donna da parte dell’uomo. Il tango è il maschio e la femmina che si incontrano. Passi specifici lo testimoniano, passi in cui l’uomo propone. La mordida. Il giro con la donna che ruota intorno all’uomo che la segue. La parada che è la metafora del creare un problema: un impedimento alla ballerina da parte del ballerino, un problema che va risolto insieme. Il tango è un cercarsi. Poi magari non ci si trova…


Torniamo quindi alla funzione terapeutica…


Il tango lo si risolve insieme. Non esiste la menzogna: il corpo non mente. Se la donna durante il ballo dimostra di non aver capito e addirittura te lo dice significa che non hai comunicato bene oppure, al contrario, che il suo corpo si oppone o non si propone. Durante il lavoro a Milano all’interno della terapia di coppia vedevi proprio questo atteggiamento. Le coppie avevano dei problemi e lo psicologo cercava di aiutare a risolverli interpretando alcuni movimenti e comportamenti del tango. Il tango veicola reazioni nella relazione: all’esperienza di Milano c’è stato addirittura chi, una lei, dopo aver fatto la mordida la volta dopo non ha partecipato. Ne è uscita disturbata da non dormirci letteralmente la notte forse per aver vissuto quel passo come espressione di una manifestazione di affetto in precedenza mai ricevuta e/o in contrasto con un’idea di sé come figura dominante. Nella relazione, nel lavoro, nella vita. Il tango è una cartina di tornasole. Se la coppia funziona esalta, se no scoppia per una ragione molto semplice: se normalmente una coppia fa assieme poche cose, nel tango invece devi fare assieme tutto.


Le canzoni sono tristi. Non sarà che è lo spagnolo a renderle cool anche tra i meno vecchi? E che se le sentissimo in italiano ci apparirebbero démodé come quelle del liscio? Facendo perdere appeal al ballo?


I testi del tango sono poetici. Dubitare dei testi del tango sarebbe come dubitare che De André ha scritto canzoni con emozioni e sentimenti non più attuali. Ha composto tango anche Guccini. Ci ha fatto un album. Veniva a Bologna a guardarci, stava in silenzio, prendeva appunti e poi andavamo a cena. Era affascinato. Ivano Fossati ha scritto vari tanghi. I testi del tango sono delle vere e proprie poesie e in italiano forse attirerebbero ancora di più, perché parlano di sentimenti: disperazione, rimpianto, nostalgia e non solo. Molto presente è anche il tema del riscatto sociale da parte di derelitti e emarginati tanto ballerini quanto interpreti. Negli USA dai neri sono usciti jazz e blues, in Argentina dagli emigranti italiani è nato il tango che è il loro blues. La diversità col blues sta nella mentalità: l’Argentina era un paese conservatore nel quale il tango era sempre un po’ represso, perché legato ai bassifondi, alle prostitute, agli ultimi. Era sempre un po’ nascosto. Che è la ragione per cui ha sempre un che di misterioso. Oggi c’è l’hip hop, allora c’erano le convettillas con le abitazioni intorno e in mezzo al cortile dove nasce il tango. Accompagnato dagli organetti prima dell’arrivo dell’orchestra con la chitarra, la pianola e il flauto. E dopo ancora del violino e del bandoneon e poi, ma solo per ultimo, il cantante. Intanto dal cortile si passa al boliche, tipo saloon, prima di arrivare nel centro della città.


Un messaggio per attrarre al Tango?


Il tango è un racconto in poesia. È vita che dura finché dura la tua vita. E la vita, come canta Pedro Laurenz, è una milonga

 

domenica 25 gennaio 2026

LA GRANDE AMBIZIONE DI ANDREA SEGRE, DOCUFILM DEL 2025 CON INTERVISTE AI GIOVANI DI VARIE CITTÀ ITALIANE SUCCESSIVE All'USCITA IN SALA DEL FILM DELLO STESSO REGISTA SU ENRICO BERLINGUER DELL'ANNO PRIMA RIVELA GRANDE INTERESSE PER LA POLITICA DA PARTE DELLA GENERAZIONE Z MA PARI DIFFICOLTÀ AD INTERAGIRE CON PARTITI LONTANI DALLA SOCIETÀ CIVILE. CHE È STATO ANCHE UNO DEI TEMI DELLA TRE GIORNI A GENOVA ORGANIZZATA DAL FORUM DELLE DISUGUAGLIANZE E DIVERSITÀ INTITOLATA "LA DEMOCRAZIA ALLA PROVA" E IMPEGNATA NELLA RICERCA DI STRATEGIE DI CONTRASTO ALLA EROSIONE DELLE DEMOCRAZIE NEL MONDO E IN ITALIA IN PARTICOLARE


Attraverso la voce di giovani di diverse città italiane nel docufilm La grande ambizione, girato successivamente al film del 2024 sulla figura di Enrico Berlinguer, Andrea Segre ha rappresentato la distanza tra la voglia di politica dei giovani d'oggi, che c'è e forte, e il sistema dei partiti non più in grado di raccogliere le istanze che vengono dai territori. In Italia al punto da essere peggio che incapaci, addirittura disinteressati a coinvolgere la massa crescente degli emarginati portandoli a votare.

Il lungometraggio è stato proiettato sabato 24 gennaio nella Sala del Gran Consiglio del palazzo ducale a Genova all'interno di Democrazia alla prova, una tre giorni organizzata dal Forum delle disuguaglianze e diversità, e ha  rappresentato una specie di sintesi cinematografica dei temi e problemi emersi dagli interventi con cui studiosi, giornalisti e attivisti hanno delineato i modi e le cause dell'affermazione in corso nel mondo, Italia compresa, dell'autoritarismo e dell'erosione della democrazia. E di come contrastare e reagire a questo processo. 

Impresa difficile se non disperata. Quanto meno nei tempi brevi. E lo confermano proprio le voci di giovani intervistati da Segre successivamente alla constatazione del successo tra loro del suo film su Berlinguer del 2024. Ci restituiscono infatti lo scenario di un popolo giovanile demograficamente minoritario e precarizzato lavorativamente che crede nei diritti, nella democrazia e, soprattutto, nelle pratiche a livello locale e all'interno di associazionismo e volontariato, ma non fornisce alcun contributo creativo e costruttivo alla politica del paese. Non ha alcuna possibilità di tradursi in contributo alla visione e alla strategia. 

Per dirla nei termini espressi nel Forum genovese le policy le sanno fare bene, ma poi la politics resta per loro un miraggio. Perché tra questi due poli non c’è nulla. 

Nulla… a parte Berlinguer. Il leader del PCI interpretato da Elio Germano attraverso spezzoni inediti del film del 2024 fa da continuo intermezzo tra una dichiarazione e l’altra, ma non tanto, anzi per nulla, per fornire indicazioni politiche.

Il  Berlinguer di La grande ambizione non è, per capirci, il Bersani intervistato da Floris che riesce a ribattere punto su punto sulle bugie della destra italiana e mondiale. Il Berlinguer di Segre tanto ammirato dai giovani, che hanno fornito un terzo dei 700 mila spettatori del film, è un simbolo. 

Rappresenta cioè l’esempio di un tempo in cui politica e vita si sovrapponevano. Quando, come ha spiegato Piero Ignazi nella sua lectio sulla erosione della democrazia italiana, “il partito di massa prevaleva sull’individualizzazione e la frammentazione”. E quando ancora governo e partiti non era sordi rispetto alle richieste e le voci della società civile. Il Berlinguer della generazione z è insomma pura assenza, puro smarrimento, pura rabbia, pura nostalgia.

martedì 16 dicembre 2025

MR NOBODY AGAINST PUTIN È UN DOCUFILM, UNICO LUNGOMETRAGGIO DANESE CANDIDATO AGLI OSCAR, CHE GUARDA DALL'INTERNO LA RUSSIA NELLA GUERRA SCATENATA DA PUTIN PER CONQUISTARE L'UCRAINA. UNA SCUOLA PRIMARIA SOGGETTA A MILITARIZZAZIONE E PROF E STUDENTI COSTRETTI A PIEGARE LAVORO E STUDIO ALLA VOLONTÀ DEL REGIME DI CONTROLLARE, MANIPOLARE E SFRUTTARE COME CARNE DA CANNONE IL POPOLO. A PARTIRE DAI PIÙ PICCOLI.

 



Il personaggio decisamente più sorprendente di Mr nobody against Putin, docufilm di 90’ creato con riprese di Pavel Talankin trafugate in Danimarca per essere trasformate in lungometraggio col ruolo determinante del regista David Borenstein, è la madre di Pasha, il giovane protagonista e autore delle riprese in quanto docente e coordinatore degli eventi della scuola primaria di Carabash, Urali meridionali, Russia, dove la storia si svolge.

Storia semplice. Pasha, in quanto coordinatore degli eventi della scuola ha anche il compito di filmare ciò che di interessante si svolge al suo interno. Da sottolineare la circostanza: da noi la cosa sarebbe semplicemente trattata con orrore e vietata. Nella Russia di Putin invece si fa con gran soddisfazione di Pasha. Se non fosse però che con l’invasione russa dell’Ucraina studenti e prof sono sottoposti a militarizzazione e autoritarismo da ogni punto di vista: marce militari, prediche contro il nemico interno ed esterno, Wagner che addestra ragazzi e ragazze ad imbracciare le armi, maestri che predicano la bellezza del morire per madre Russia e, naturalmente, coscrizioni di giovani-carne da cannone.

E Pasha dissente, vorrebbe addirittura dimettersi perché fare da trombone alla guerra non gli va, ma poi decide di restare proprio per documentare. E qui torniamo alla madre.

Il cui figlio è l’unico nell’istituto e forse tra i 10 mila abitanti del paese, la cui fortuna è essenzialmente legata alla produzione del rame e la sfortuna alla medesima attività (inquinamento e speranza di vita bassissima), a manifestare un qualche disagio per la guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina. La madre, però, bibliotecaria nella medesima scuola, ascolta e osserva il figlio agitarsi chiusa in una sorta di afono e impermeabile stacanovismo rotto solo da poche frasi lapidarie di universale rassegnazione tipo la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà. 

Ebbene, quella madre sembra incarnare nella sua ineffabile imperturbabilita il miracoloso mix di retroterra sovietico, militarismo, ubbidienza e totalitarismo fascista, fede nella dea “madre Russia” riconoscente, che sta nutrendo e sostenendo insieme ai droni e ai kinzhal lo sforzo bellico antiucraino. 

Che sta costando al paese una media di 1000 giovani morti al giorno e se a noi non può non suggerire il dubbio che, Putin vivo,  mai potrà finire senza un cospicuo bottino da parte dell’aggressore come alternativa alla mancata riannessione nell’impero dell’Ucraina intera, al cineasta in erba destinato a fuggire a Copenaghen ha fornito una delle scene più toccanti.

Nero assoluto in quanto il regime vieta di filmare i funerali. Solo le grida e le parole della madre che non crede non capisce, non si capacita di quel figlio cadavere.

L’opera, girata in questi giorni alla cineteca di Milano e visibile anche in streaming con sottotitoli in inglese, è unica candidata per la Danimarca agli Oscar.


venerdì 5 dicembre 2025

GIOIA MIA, OPERA PRIMA DI MARGHERITA SPAMPINATO, FILM PLURIPREMIATO A LOCARNO 2025, IN ANTEPRIMA A MILANO IERI E NELLE SALE DAL 11 DICEMBRE, È LA STORIA COINVOLGENTE DI UNA RELAZIONE TRA UNA ANZIANISSIMA E UN GIOVANISSIMO. TRAMA NON NUOVA, MA SVILUPPATA DALLA REGISTA CON ORIGINALITÀ GRAZIE SOPRATTUTTO ALLA CARATTERIZZAZIONE FORTE DI DI GELA, DONNA D'ALTRI TEMPI EPPURE MODERNA


Opera prima di Margherita Spampinato, vincitore di due premi a Locarno 78, Gioia mia, in anteprima a Milano il 4 dicembre, uscirà nelle sale l’11 dicembre e non è azzardato immaginare un certo successo per questo tipico film locarnese, con budget certo non stellare e girato tutto a Trapani con un cast largamente locale. Anche in considerazione della temperie natalizia.


La trama semplice, non originalissima, è infatti accattivante anche perché è imperniata senza sconti sul rapporto all’inizio ruvido ma via via sempre più empatico e foriero di interessanti scoperte e sorprese tra una anzianissima prozia, Gela, e un pronipote, Nico, ancora ragazzo ma ad un passo dalla pre-adolescenza e dalle sue tappe, per esempio il primo castissimo bacio. In mezzo, tra questi due estremi generazionali, l’assenza di ogni altra età è totale e, come ha sottolineato la cineasta in sala, voluta. Proprio per consentire al rapporto tra i due, così diversi, così apparentemente inconciliabili, tutto l’attrito possibile in tutte le sue potenzialità.


C’e una sola eccezione per quanto riguarda l’esclusione selettiva del mondo degli adulti, Violetta, che però vediamo solo all’inizio del film. Violetta è la storica e amatissima babysitter di Nico che si sposa e lascia, per così dire, il posto, con gran dolore, anzi lutto, di lui. Di qui l’emergenza di spedire il fanciullo in questa Sicilia più che anziana. Diremmo antica. Anzi, iper antica per la profusione di sacro al limite del kitsch nell’appartamento di Gela.


Anche però sorprendentemente moderna. Coriacea nel suo attaccamento ostinato a semplici qualità e regole umane. Altrettanto amabile al contempo nella sua naturale consapevolezza di ciò a cui l’umanità di tutti i luoghi e tempi aspira.


In questa Sicilia Nico (Marco Fiore) si troverà precipitato dalla metropoli al medioevo, come lui stesso recriminerà al padre al telefono, e, ancora come lui stesso lamenta, ad accoglierlo non sarà la classica nonna che fa biscotti al nipote, ma una vecchia (Aurora Quattrocchi) a tutto tondo.


La quale però col ragazzino, in verità già molto ben educato al dialogo e all’ascolto, entra in una relazione diretta e direttiva, senza indulgenze per la smartphone dipendenza né autocensure o complessi di inferiorità per la propria età. E in un sano regime di parità anche sulla sfera, oggi diremmo, sessuo-affettiva. Senza consenso scritto dei genitori. E il giovane apprezzerà.