venerdì 8 maggio 2026

MURALES DEGLI STUDENTI DELL'ARTISTICO CARAVAGGIO, MILANO, NEL QUARTIERE SESTESE VITTORIA CONTRO GUERRA, CEMENTO E A MEMENTO DEL CLIMATE CHANGE.

Quest’anno i giovani del liceo artistico Caravaggio di Milano sono cresciuti dal punto di vista dell’efficacia del messaggio. Vanno infatti diritto al punto nei tradizionali murales del rione Vittoria di questo 2026 di guerra mondiale a pezzi ormai senza freni e, anzi, rivendicata come una medicina. Mentre l’allarme clima si fa sempre più ultimativo. 

Zerotolleranti rispetto a distrazioni di colori, simboli e orpelli vari, gli studenti del liceo artistico sembrano dire quest’anno: cari autocrati bellicosi della terra, cari afoni leader delle democrazie, state sfasciando il mondo, ma non crediate che, siccome la nostra è la stagione delle mele, affacciandoci romanticamente alla finestra non vediamo i massacri di civili e innocenti, il genocidio in corso, il clima cacciato in fondo alle priorità e i crescenti investimenti per la Guerra che chiamate Difesa. 

Per noi pace, giustizia e sostenibilità non sono solo politica politicante: per noi sono sopravvivenza, vita, speranza.

Che è anche la ragione per cui, nonostante il greenwashing con cui ci inondate, non capiamo perché mai in città come Sesto e Milano debbano comandare gli immobiliaristi, si facciano costruire palazzi nei cortili e si tirino su grattacieli con un semplice permesso di costruire. 

Signori, abbiamo gli occhi aperti e poco di quel che fate ci piace.


martedì 5 maggio 2026

LETTERE GIALLE (YELLOW LETTERS) DI İLKER ÇATAK SONO LE LETTERE DI LICENZIAMENTO, QUELLE CHE RICEVONO AZIZ E DERYA, MARITO E MOGLIE, DOCENTE E DRAMMATURGO LUI ATTRICE LEI, PER NON ESSERE IN SINTONIA COL REGIME DA ERDOGAN IMPOSTO ALL'INDOMANI DEL FALLITO COLPO DI STATO DEL 2016 E LA SUCCESSIVA STRETTA AUTORITARIA OPERATA DAL SULTANO. UNA TESTIMONIANZA DRAMMATICAMENTE FORTE DELLA DURA VITA DEGLI INTELLETTUALI, IN QUESTO CASO TURCHI, QUANDO LA DEMOCRAZIA NON È PIÙ COMPLETA

Derya e Aziz

Sarebbe bello leggere qualche recensione di Lettere gialle (Yellow letters) di İLKER ÇATAK, nelle sale dal 30 aprile, che premetta, almeno per inciso, che la vicenda del film è diretta espressione del regime repressivo imposto in Turchia dall’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan all’indomani del fallito colpo di stato del 2016 che ha fornito all’autocrate il pretesto per avviare una stretta autoritaria nel paese in particolare con la riforma costituzionale dell’anno dopo (2017).

La quale ha rafforzato notevolmente l’esecutivo (Erdogan), indebolendo l’equilibrio dei poteri, in primis quello della magistratura, e allargato in maniera pervasiva il controllo sulle istituzioni culturali, sui media e sul libero pensiero nella società turca. Che non è più una democrazia…

Perché, se no, non si capisce proprio come possa accadere quello che accade nel film. Che un docente e autore teatrale e un’attrice, marito e moglie, Aziz e Derya, interpretati rispettivamente da TANSU BİÇER e ÖZGÜ NAMAL, ricevano, appunto, la lettera gialla. E da un giorno all'altro si scoprano licenziati dai superiori, abbandonati e pure traditi dai propri soci e sodali per aver espresso idee non in sintonia con quelle governative. Per esempio contestando la guerra contro i curdi.

Nel caso di Derya basta il rifiuto di una foto di gruppo con il prefetto alla fine dello spettacolo e della sua applauditissima performance. I regimi, oltre alla corruzione, si sa che aizzano la suscettibilità delle mezze tacche dell’apparato.

E così la coppia è costretta ad abbandonare Ankara, rifugiandosi ad Istanbul per raccattare solidarietà, aiuto economico, lavori alternativi (lui farà il taxista) e, inevitabilmente, vedere la propria unione imperniata su comunione di ideali e collaborazione teatrale (lei attrice di fama, lui autore e regista) drammaticamente sottoposta a stress. Con anche la figlia adolescente (Ezgi) in piena fioritura rivendicativa che, per dirlo con un eufemismo, collabora poco.

Il resto è la vita di quando i diritti fondamentali del cittadino non sono più rispettati. E anche un post sui social o un comportamento non proprio a norma al lavoro ti si ritorcono contro ex post. 

E collassare è più facile sotto il peso dei sacrifici, degli inevitabili errori e dei compromessi al ribasso imposti dal bisogno.

lunedì 20 aprile 2026

UN ANNO DI SCUOLA DI LAURA SAMANI ATTUALIZZA IL RACCONTO DI GIANI STUPARICH (1929) INVENTANDO UNA STORIA DI LICEALI TRIESTINI D'OGGI, NELLA CUI CLASSE APPRODA UNA COETANEA SVEDESE, FRED, A SCOMPIGLIARE LE CARTE. UNA MELA TRA I KIWI, I MASCHI CON CUI LEGA IN PARTICOLARE, MA IN FONDO UN PO' TUTTA LA COMUNITÀ SCOLASTICA NELLA QUALE ENTRA, PER FARLI MATURARE GRAZIE ALL'ETILENE DI RAGAZZA BELLA GIOVANE E LIBERA. UNA MELA PERÒ CHE DEVE ANCHE VIVERE NONOSTANTE IL PATRIARCATO SEMPRE DIETRO L'ANGOLO ANCHE IN UNA CITTÀ, TRIESTE, STORICAMENTE APERTA AL NUOVO.

Difficile non piaccia un film di giovani e per di più ambientato nel loro habitat privilegiato: la scuola. I giovani attori, per non dire i bambini, si portano addosso l’impressione che stiano recitando se stessi. Non è vero, ma l’illusione gioca un ruolo nella visione e nel gradimento, volenti o no. 


E questo avviene anche in Un anno di scuola di Laura Samani, attualizzazione della vicenda tutta triestina (scuola superiore, Carso, paesaggio, dialetto e, mi dicono, anche tipi) narrata da Giani Stuparich nel romanzo di un secolo fa, e pluripremiato per le felici performance dei ragazzi.


Cento anni, appunto, tra i protagonisti di Samani e quelli di Stuparich, ma con lo stesso problema: riempire il senso di vuoto dell'età con le risorse dell’età, cioè il gruppo, la sfida, l’amore e, magari, se aiutano l’inclinazione e i mentori, anche la cultura, la lettura e la conoscenza. La scuola, appunto.


Non che nelle altre età della vita quegli ingredienti non contino. Solo, a diciotto anni ci sono solo quelli e quindi via a far casini d’ogni genere con quelli. Con adulti, genitori e prof, che riescono a costruire qualche sponda solo grazie al dialogo costruito con pazienza e alla autorevolezza guadagnata. Se no son casini anche peggiori.


Come nel caso di questi maturandi triestini del film di Samani a cui non interessa nulla del mondo in guerra né del climate change, ma cominciano a frullare come mosconi intorno ad una lampadina per l’arrivo in classe, unica ragazza, di una svedese, Fred. Per il suo solo planare a Trieste dalla Svezia Fred produce quello che nella narratologia chiamamo esordio. Tutto cambia.


Può in effetti davvero verificarsi un tale squilibrio di genere in una classe. Le conseguenze, però, oggi sono di solito antitetiche a quelle del film. Si genera protezione verso l'unica o l'unico, ma non stiamo a sottilizzare. Fred è svedese e questo può fare la differenza anche in una Trieste storicamente aperta al nuovo. 


E poi in effetti, dopo i primi scompigli, le prime birbanterie, anche in Un anno di scuola avviene una osmosi tra Fred e gli altri tre maschiacci con cui farà gruppo tale da far dire a uno di loro, per giustificare l’accesso a lei eccezionalmente consentito nella Trappola, un rifugio tutto testosteronico vietato alle ragazze, “ma tanto lei è come se fosse un maschio”.


Non è affatto un maschio, Fred, e proprio per questo la vicenda la porterà ad essere vittima di ingiusti giudizi, perché, come le dice il padre, è femmina ma anche mela. Le spiega infatti che i kiwi, cioè i ragazzi, sono fatti maturare con le mele perché l’etilene, nella fattispecie quello della giovane, bella e libera svedese, favorisce il processo. Niente di strano: anche Goethe in Le affinità elettive ricorre alla chimica per spiegare le dinamiche delle sue storie d'amore.


Dinamiche, però, che all’affiatatissimo gruppetto saranno molto più accidentate e anche spericolate che per i kiwi. Un anno di scuola è in fondo la più classica delle storie di formazione...


lunedì 6 aprile 2026

GIULIO REGENI TUTTO IL MALE DEL MONDO, IL DOCUFILM DI SIMONE MANETTI, NON PIACE AL GOVERNO DI GIORGIA MELONI E QUINDI NON RICEVERÀ FINANZIAMENTI DAL MINISTERO DELLA CULTURA. EPPURE IL SUO VALORE CULTURALE È ALTISSIMO. È INFATTI UNA RICAPITOLAZIONE RIGOROSA DELLE BRUTALITÀ, DEI TRADIMENTI E DELLE VIGLIACCHERIE DI CUI IL RICERCATORE ITALIANO È STATO VITTIMA PRIMA DURANTE E DOPO ESSERE UCCISO, DOPO INAUDITE TORTURE, NEL MARZO 2016 DA PERSONAGGI DELLA SECURITY EGIZIANA A IL CAIRO. ASCRITTO COME CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ IL DELITTO È ORMAI PROSSIMO A GIUDIZIO. L'EVENTUALE CONDANNA DEI QUATTRO, PER QUANTO IN CONTUMACIA, AVRÀ UN IMPORTANTE SIGNIFICATO GIURISPRUDENZIALE

Della vicenda dello studente friulano dell’Università di Cambridge torturato per nove giorni e ucciso da figure della security egiziana nel marzo 2016  il docufilm ‘Giulio Regeni tutto il male del mondo’ presentato in anteprima lunedì 26 gennaio al Palazzo del Cinema a Milano da Fabio Fazio è soprattutto un ripasso per tutti coloro che hanno seguito il caso nel corso del decennio alle spalle. 

D’altra parte proprio questo il regista Simone Manetti ha voluto che diventasse. In accordo coi genitori di Giulio. I quali, come la madre ha dichiarato, hanno detto tanti no a proposte precedenti, rispondendo sì invece a questa proprio perché il lungometraggio sarebbe diventato “un documento del processo” ormai approdato al passo finale dopo “tante battute d’arresto”. 

Non ultima quella confluita nella sentenza della Corte Costituzionale che, definendo il fatto “crimine contro l’umanità”, ha consentito al dibattimento di proseguire pur senza la comunicazione formale della documentazione agli imputati. Introvabili…

Un fatto importante questo della definizione della fattispecie come crimine contro l’umanità perché proietta il calvario e la fine atroce di Giulio oltre la contingenza di un delitto frutto della paranoia di un regime dittatoriale che pretendeva di vedere una spia, pur non avendone alcuna evidenza, in questo ricercatore laureato in arabo che Al Cairo faceva domande in materia di lavoro per il suo dottorato. Come noto Giulio fu venduto alla security con questa taccia da una delle sue principali fonti. 

Venduto e tradito se si pensa che il compagno dell’appartamento dove abitava nella capitale egiziana non si peritò nemmeno di inviargli un whatsapp per avvertirlo, mentr’era temporaneamente in Italia, di quanto sapeva: che Giulio era attenzionato e quindi in pericolo.

In quanto crimine contro l’umanità la speranza di tutti, a cominciare dai genitori, è che la condanna dei quattro responsabili non diventi solo un fatto di sacrosanta giustizia. Anche, dice Paola Regeni, costituisca un precedente giurisprudenziale. A seguito del quale quanto accaduto al figlio “non accada più o comunque accada con meno certezza di restare impuniti”. 

mercoledì 25 marzo 2026

IN IL QUIETO VIVERE, ALL’ELISEO, CESENA, IL 1 APRILE, IL REGISTA CALABRESE GIANLUCA MATARRESE METTE IN SCENA IL DRAMMA DEL SUO CLAN FAMIGLIARE SPACCATO E PARALIZZATO DA INSANABILE ODIO INTERNO. RECITANO I FAMIGLIARI STESSI, LE DUE DONNE IN PARTICOLARE: MOGLIE E COGNATA. OPERA COME CATARSI MA FORSE È ANCHE METAFORA DI UNA CONDIZIONE PIÙ GENERALE DI DIVISIONE E IMMOBILITÀ. ALLO SPETTATORE LA SCELTA



La crepa alla base della locandina esprime la spaccatura che divide la famiglia, anzi il clan, di Gianluca Matarrese, regista calabrese e autore insieme a Nico Morabito di Il quieto vivere, storia ruvida, uscita nelle sale in questi giorni, di due donne, cognata e moglie, in irriducibile scontro. Psichiatria e psicoterapia possono forse soccorrere per comprendere le ragioni. 


Di certo c’è che siamo in un minuscolo crocevia sociale calabrese di 70 anime tutte imparentate e tutte più o meno inchiodate dal nocivo miasma di quell’insanabile odio tra le due. E che Matarrese, presentandolo al Palazzo del cinema di Milano, ha assegnato al film un doppio significato.


Il primo è forse più una funzione. Funge cioè da catarsi. È il termine usato più volte dal regista. Nel senso preciso che, essendo la troupe i famigliari stessi, la mimesis ha fatto da prevenzione a tragedie vere. Il regista ne è certo.


Anche però rappresenterebbe qualcosa che va oltre il qui e ora della Calabria profonda. Proviamo ad indovinare. Il quieto vivere potrebbe essere metafora di un paese diviso, litigioso e fermo, il nostro. O anche suggerirci che in questo tempo di contestazione del patriarcato, anche il matriarcato non se la passa bene. 


Le due donne se le danno infatti di santa ragione (verbalmente, ma una pistola che gira da una mano all’altra c’è) al cospetto di una comunità che non sa reagire, inventare qualcosa di alternativo, dire basta e mandarle al diavolo. Osserva come soggiogata da quella sterile baruffa: inutili gli inviti alla calma e i pochi maschi non toccano palla.


Un’altra lettura semplicemente suggerirebbe che anche da un contesto chiuso e implosivo del genere può uscire un regista molto simpatico come Gianluca Matarrese e con qualità certamente spendibili su altri set e temi. Glielo auguriamo. O peggio: da una realtà tanto claustrofobica se hai cervello puoi solo scappare. Non farcela è un dramma nel dramma.

mercoledì 18 marzo 2026

DOMANI INTERROGO DI UMBERTO CARTENI CON ANNA FERZETTI (LA GRAZIA) PROTAGONISTA CI RAPPRESENTA LA SCUOLA DEI SOGNI, QUELLA DELL'EMPATIA ESTREMA, DELL'ASCOLTO E DELLA FELICE INTESA TRA UNA PROF E LA SUA RIOTTOSA CLASSE. INSOMMA UNA SCUOLA IN CUI SU OGNI ALTRA PRIORITÁ DOMINA LA RELAZIONE. UN FILM PROFONDAMENTE ISPIRAZIONALE. A PATTO DI NON PRENDERLO COME ORO COLATO.

Domani interrogo di Umberto Carteni non ha nulla del docufilm. Daniele Gualdi, presentandolo all'Eliseo di Cesena accanto all'attrice protagonista, Anna Ferzetti, che fa la parte della prof, ha accennato ad un pizzico di parentela col genere. In effetti la trama è sottile e la stessa attrice ha confermato riguardo al ruolo importante dell’improvvisazione da parte dei giovani e bravissimi attori. Della realtà della scuola però il film non documenta affatto. 


Il che però costituisce  il suo massimo pregio. E anche la ragione per cui questo lungometraggio uscito nelle sale un mese fa meriterebbe un successo maggiore. Non solo di essere proposto per la fortunata rassegna cesenate di Cinemanimamente. Con cioè psicologi e dintorni.


Domani interrogo rappresenta infatti in una tranche d’ecole la scuola da sogno (nel senso letterale della formula) che molti vorrebbero ma che largamente non abbiamo. Una scuola cioè nella quale in modo enfatico certo (è fiction dopotutto) e quindi doverosamente emozionante gioca un ruolo fondamentale un ingrediente che nelle aule e nell'educazione in generale dovrebbe costituire l’impalcatura. La relazione.


Tutto del film, anche tradendo la realtà, parla di questa naturale inclinazione del sapiens che spinge e trascina all’interscambio di nozioni, pareri, emozioni, corpi, umori e liquidi. E di cui la scuola dovrebbe essere la fucina.  


Si, c’è del coraggio in Domani interrogo. Perché per rappresentare un consiglio di classe che si svolge intorno ad un tavolo con docenti che, siccome stanno parlando degli studenti, si guardano giocoforza in faccia, bisogna come minimo essere, come si suol dire, “di quelli che non la mandano a dire”. Bastano infatti i genitori per confermare che quella prassi nelle scuole italiane non è contemplata.



E poi c’è quell’abbraccio, verso il finale, quel fare un corpo solo coi loro corpi, studenti e prof, alla notizia di un lutto che li riguarda. Un abbraccio tanto lontano dal verifichificio che è la scuola superiore italiana. Inimmaginabile dalla dirigenza che, serrata nel suo burocratico stanzino, deve dare retta ad un genitore che protesta perché durante una lezione il/la docente ha detto cazzo.


Già, perché la prof di Domani interrogo ricorre proprio ad un “mi avete rotto il cazzo” per domare una classe riottosa e obliterare il suo ticket di esordio. Vogliamo vedere che succede se?

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sabato 14 marzo 2026

GOOD BOY DI JAN KOMASA CI PARLA DELLA FAMIGLIA, DEL NIDO COME FUCINA DI EMPATIA E SOLIDARIETÀ MA COI MEZZI DELLA RIEDUCAZIONE IN STILE ARANCIA MECCANICA. L'INTERROGATIVO SE LA FORZA GIUSTIFICHI LE MIGLIORI INTENZIONI SEMBRA INCONTRARE IN QUESTO FILM UNA RISPOSTA POSITIVA. UN FILM FIGLIO DEI TEMPI?

Nella prima mezzora di Good boy di Jan Komasa in uscita nelle sale nel marzo 2026 inevitabile che scatti il suggerimento di Arancia meccanica, con quel ragazzaccio che nelle sue notti da sballo ne fa d’ogni, ma un bel giorno entra forzatamente in un trial rieducativo non proprio convenzionale  À la guerre comme à la guerre.

Il celebre cult movie di Kubrik, tratto dal romanzo di Anthony Burgess, cede poi però il posto a prodotti di riconducibile discendenza dal capolavoro di cinquantacinque anni fa, ma più di serie, più intrisi di noir o thriller.

Viene in mente Locked (2025) con un terribile Anthony Hopkins nel ruolo di rieducatore “con altri mezzi” vessato dai ladruncoli o semplicemente folle, e Bill Scarsgard nella parte del giovanotto malcapitato cascato nelle grinfie vendicative dell’anziano. In Goodboy la vittima-protagonista, Tommy, è Anson Boon, 26 anni appena compiuti, la faccia scanzonato come nel film. L'aguzzino è interpretato dall’ottimo Stephen Graham

Avanti nella storia inevitabile però l’ingresso quanto a filiazione di La musica del caso di Paul Auster. Il senso e il fine dell’intrappolamento di Tommy acquistano sempre più un risvolto ambiguo, quasi metafisico. Scatta inevitabile anche il dubbio su un precipitare del finale altrettanto tragico, altrettanto senza alternative. Il carceriere la sa lunga. Il povero Tommy, che a questo punto ci fa pena, induce a solidarietà e la claustrofobia invade anche i nostri cuori.

Good boy però vuole andare oltre. Vuole insegnarci qualcosa sulla genesi della comunità di basela famiglia e dintorni, in un mondo che la assedia con la sua violenza e non ha riguardo per cancelli e sistemi di sicurezza. Sembrerebbe inoltre confidare sulla sua capacità di promuovere e moltiplicare redenzione. Rigorosamente "con altri mezzi". Legittimo dubitarne.