venerdì 13 febbraio 2026

SUSY E GIAMPIERO E L'ESSENZA DEL TANGO PROPRIO NEL GIORNO DI SAN VALENTINO, PERCHÉ, COME DICONO I DUE MAESTRI DELL'ASSOCIAZIONE CESENATE MEDIALUNA, IL TANGO È COMUNICAZIONE GENTILE E QUEL CHE SI FA NEL TANGO LO SI FA IN DUE IN UNA COLLABORAZIONE ARMONICA E MAI IMPERATIVA. IL TANGO NASCE DA UNA FORTE RICERCA DEL PARTNER, MA È ANCHE UNA CARTINA DI TORNASOLE. SE LA COPPIA FUNZIONA LA ESALTA, SE NO SCOPPIA PER UNA SEMPLICE RAGIONE: NEL TANGO DEVI FARE TUTTO INSIEME


Susy e Giampiero, rispettivamente medico e prof un po’ cesenati un po’ forlivesi, ballano il tango da quasi trent’anni e con l’associazione cesenate Medialuna lo insegnano. E in questa intervista rispondono ad ogni domanda nel modo che esprime l’essenza stessa del ballo argentino: un dialogo armonioso tra una coppia in cui lui suggerisce, ostacola e imprigiona, lei inventa vie d’uscita, aggira impedimenti, seduce. L’insieme è unico e complice come le risposte alle domande di questa intervista a cui Susy e Giampiero contribuiscono come una persona sola, ma non all’unisono. Bensì in un concorde rilanciare, esemplificare, precisare, aggiungere. Note diverse, stessa sinfonia. Come nel tango, appunto.

A proposito dell’intesa tra i ballerini anticipando questa intervista mi parlavate del tango addirittura all’interno di un discorso di terapia di coppia. Ha forse, questo ballo, qualche potere che cementifica l’unione?

È un tipo di ballo che si basa sulla comunicazione tra un uomo e una donna. Una comunicazione particolare che presuppone il rispetto per l’altra persona. Non balli per te stesso ma per l’altro. La donna che recepisce il movimento esegue nel senso che c’è una proposta e una risposta, ma tutto in modalità gentile, non imperativa. Tale cioè da creare quella armonia che si vede dall’esterno. Ma attenzione: stiamo parlando del tango sociale, non quello di manifestazioni particolari, con cose preordinate ed esibizioni. Intendiamo il tango in cui comanda la comunicazione, in cui quel che si fa, lo si fa in due. Agli inizi degli anni ‘90, quando il tango argentino s’è risvegliato dopo il sonno della dittatura e si è diffuso a livello internazionale partendo dagli USA con la fondamentale manifestazione di rilancio a Broadway, gli organizzatori non vollero portare il tango show ma gente presa dalle milonghe, perché si voleva far vedere il tango sociale.

Il tango è cultura come tutti i balli, ma sembrerebbe di più. Anche il folk romagnolo è cultura ma non è diventato un ballo globale. Quali sono i punti di forza che hanno reso il tango un ballo che balli ovunque, a Oslo come a Tokyo?

Al contrario del folk romagnolo che è un fenomeno circoscritto nato nel dopoguerra, un fenomeno locale, il tango nasce a Buenos Aires e a Montevideo a seguito delle migrazioni da tutte le parti del mondo. Rappresenta infatti la sofferenza degli emigranti, la nostalgia della lontananza, e tantissime etnie partecipano alla sua maturazione. Gli italiani scappati dalla fame in testa. Gli ebrei dalle persecuzioni. E poi viene portato in USA. Da lì però poi ritorna dove è partito, nei luoghi in cui era nato. E torna trasformato e, diversamente dal folk romagnolo che è puro divertimento, si afferma come linguaggio primordiale del corpo comprensibile da chiunque perché usa il corpo al posto della parola nel senso che esprime gesti ed emozioni attraverso il corpo. Che, e qui veniamo al punto, è un linguaggio universale da tutti comprensibile nella Torre di Babele dei linguaggi del mondo. Di più: unisce universalità e individualità perché, e lo noti anche dall’esterno, ciascuno lo balla a modo proprio, come è nella vita e come è quel giorno. Questo anche perché indubbiamente il tango nasce da un forte desiderio di ricerca del partner, storicamente della donna da parte dell’uomo. Il tango è il maschio e la femmina che si incontrano. Passi specifici lo testimoniano, passi in cui l’uomo propone. La mordida. Il giro con la donna che ruota intorno all’uomo che la segue. La parada che è la metafora del creare un problema: un impedimento alla ballerina da parte del ballerino, un problema che va risolto insieme. Il tango è un cercarsi. Poi magari non ci si trova…


Torniamo quindi alla funzione terapeutica…


Il tango lo si risolve insieme. Non esiste la menzogna: il corpo non mente. Se la donna durante il ballo dimostra di non aver capito e addirittura te lo dice significa che non hai comunicato bene oppure, al contrario, che il suo corpo si oppone o non si propone. Durante il lavoro a Milano all’interno della terapia di coppia vedevi proprio questo atteggiamento. Le coppie avevano dei problemi e lo psicologo cercava di aiutare a risolverli interpretando alcuni movimenti e comportamenti del tango. Il tango veicola reazioni nella relazione: all’esperienza di Milano c’è stato addirittura chi, una lei, dopo aver fatto la mordida la volta dopo non ha partecipato. Ne è uscita disturbata da non dormirci letteralmente la notte forse per aver vissuto quel passo come espressione di una manifestazione di affetto in precedenza mai ricevuta e/o in contrasto con un’idea di sé come figura dominante. Nella relazione, nel lavoro, nella vita. Il tango è una cartina di tornasole. Se la coppia funziona esalta, se no scoppia per una ragione molto semplice: se normalmente una coppia fa assieme poche cose, nel tango invece devi fare assieme tutto.


Le canzoni sono tristi. Non sarà che è lo spagnolo a renderle cool anche tra i meno vecchi? E che se le sentissimo in italiano ci apparirebbero démodé come quelle del liscio? Facendo perdere appeal al ballo?


I testi del tango sono poetici. Dubitare dei testi del tango sarebbe come dubitare che De André ha scritto canzoni con emozioni e sentimenti non più attuali. Ha composto tango anche Guccini. Ci ha fatto un album. Veniva a Bologna a guardarci, stava in silenzio, prendeva appunti e poi andavamo a cena. Era affascinato. Ivano Fossati ha scritto vari tanghi. I testi del tango sono delle vere e proprie poesie e in italiano forse attirerebbero ancora di più, perché parlano di sentimenti: disperazione, rimpianto, nostalgia e non solo. Molto presente è anche il tema del riscatto sociale da parte di derelitti e emarginati tanto ballerini quanto interpreti. Negli USA dai neri sono usciti jazz e blues, in Argentina dagli emigranti italiani è nato il tango che è il loro blues. La diversità col blues sta nella mentalità: l’Argentina era un paese conservatore nel quale il tango era sempre un po’ represso, perché legato ai bassifondi, alle prostitute, agli ultimi. Era sempre un po’ nascosto. Che è la ragione per cui ha sempre un che di misterioso. Oggi c’è l’hip hop, allora c’erano le convettillas con le abitazioni intorno e in mezzo al cortile dove nasce il tango. Accompagnato dagli organetti prima dell’arrivo dell’orchestra con la chitarra, la pianola e il flauto. E dopo ancora del violino e del bandoneon e poi, ma solo per ultimo, il cantante. Intanto dal cortile si passa al boliche, tipo saloon, prima di arrivare nel centro della città.


Un messaggio per attirare al Tango...


Il tango è un racconto in poesia. È vita che dura finché dura la tua vita. E la vita, come canta Pedro Laurenz, è una milonga

 

domenica 25 gennaio 2026

LA GRANDE AMBIZIONE DI ANDREA SEGRE, DOCUFILM DEL 2025 CON INTERVISTE AI GIOVANI DI VARIE CITTÀ ITALIANE SUCCESSIVE All'USCITA IN SALA DEL FILM DELLO STESSO REGISTA SU ENRICO BERLINGUER DELL'ANNO PRIMA RIVELA GRANDE INTERESSE PER LA POLITICA DA PARTE DELLA GENERAZIONE Z MA PARI DIFFICOLTÀ AD INTERAGIRE CON PARTITI LONTANI DALLA SOCIETÀ CIVILE. CHE È STATO ANCHE UNO DEI TEMI DELLA TRE GIORNI A GENOVA ORGANIZZATA DAL FORUM DELLE DISUGUAGLIANZE E DIVERSITÀ INTITOLATA "LA DEMOCRAZIA ALLA PROVA" E IMPEGNATA NELLA RICERCA DI STRATEGIE DI CONTRASTO ALLA EROSIONE DELLE DEMOCRAZIE NEL MONDO E IN ITALIA IN PARTICOLARE


Attraverso la voce di giovani di diverse città italiane nel docufilm La grande ambizione, girato successivamente al film del 2024 sulla figura di Enrico Berlinguer, Andrea Segre ha rappresentato la distanza tra la voglia di politica dei giovani d'oggi, che c'è e forte, e il sistema dei partiti non più in grado di raccogliere le istanze che vengono dai territori. In Italia al punto da essere peggio che incapaci, addirittura disinteressati a coinvolgere la massa crescente degli emarginati portandoli a votare.

Il lungometraggio è stato proiettato sabato 24 gennaio nella Sala del Gran Consiglio del palazzo ducale a Genova all'interno di Democrazia alla prova, una tre giorni organizzata dal Forum delle disuguaglianze e diversità, e ha  rappresentato una specie di sintesi cinematografica dei temi e problemi emersi dagli interventi con cui studiosi, giornalisti e attivisti hanno delineato i modi e le cause dell'affermazione in corso nel mondo, Italia compresa, dell'autoritarismo e dell'erosione della democrazia. E di come contrastare e reagire a questo processo. 

Impresa difficile se non disperata. Quanto meno nei tempi brevi. E lo confermano proprio le voci di giovani intervistati da Segre successivamente alla constatazione del successo tra loro del suo film su Berlinguer del 2024. Ci restituiscono infatti lo scenario di un popolo giovanile demograficamente minoritario e precarizzato lavorativamente che crede nei diritti, nella democrazia e, soprattutto, nelle pratiche a livello locale e all'interno di associazionismo e volontariato, ma non fornisce alcun contributo creativo e costruttivo alla politica del paese. Non ha alcuna possibilità di tradursi in contributo alla visione e alla strategia. 

Per dirla nei termini espressi nel Forum genovese le policy le sanno fare bene, ma poi la politics resta per loro un miraggio. Perché tra questi due poli non c’è nulla. 

Nulla… a parte Berlinguer. Il leader del PCI interpretato da Elio Germano attraverso spezzoni inediti del film del 2024 fa da continuo intermezzo tra una dichiarazione e l’altra, ma non tanto, anzi per nulla, per fornire indicazioni politiche.

Il  Berlinguer di La grande ambizione non è, per capirci, il Bersani intervistato da Floris che riesce a ribattere punto su punto sulle bugie della destra italiana e mondiale. Il Berlinguer di Segre tanto ammirato dai giovani, che hanno fornito un terzo dei 700 mila spettatori del film, è un simbolo. 

Rappresenta cioè l’esempio di un tempo in cui politica e vita si sovrapponevano. Quando, come ha spiegato Piero Ignazi nella sua lectio sulla erosione della democrazia italiana, “il partito di massa prevaleva sull’individualizzazione e la frammentazione”. E quando ancora governo e partiti non era sordi rispetto alle richieste e le voci della società civile. Il Berlinguer della generazione z è insomma pura assenza, puro smarrimento, pura rabbia, pura nostalgia.

martedì 16 dicembre 2025

MR NOBODY AGAINST PUTIN È UN DOCUFILM, UNICO LUNGOMETRAGGIO DANESE CANDIDATO AGLI OSCAR, CHE GUARDA DALL'INTERNO LA RUSSIA NELLA GUERRA SCATENATA DA PUTIN PER CONQUISTARE L'UCRAINA. UNA SCUOLA PRIMARIA SOGGETTA A MILITARIZZAZIONE E PROF E STUDENTI COSTRETTI A PIEGARE LAVORO E STUDIO ALLA VOLONTÀ DEL REGIME DI CONTROLLARE, MANIPOLARE E SFRUTTARE COME CARNE DA CANNONE IL POPOLO. A PARTIRE DAI PIÙ PICCOLI.

 



Il personaggio decisamente più sorprendente di Mr nobody against Putin, docufilm di 90’ creato con riprese di Pavel Talankin trafugate in Danimarca per essere trasformate in lungometraggio col ruolo determinante del regista David Borenstein, è la madre di Pasha, il giovane protagonista e autore delle riprese in quanto docente e coordinatore degli eventi della scuola primaria di Carabash, Urali meridionali, Russia, dove la storia si svolge.

Storia semplice. Pasha, in quanto coordinatore degli eventi della scuola ha anche il compito di filmare ciò che di interessante si svolge al suo interno. Da sottolineare la circostanza: da noi la cosa sarebbe semplicemente trattata con orrore e vietata. Nella Russia di Putin invece si fa con gran soddisfazione di Pasha. Se non fosse però che con l’invasione russa dell’Ucraina studenti e prof sono sottoposti a militarizzazione e autoritarismo da ogni punto di vista: marce militari, prediche contro il nemico interno ed esterno, Wagner che addestra ragazzi e ragazze ad imbracciare le armi, maestri che predicano la bellezza del morire per madre Russia e, naturalmente, coscrizioni di giovani-carne da cannone.

E Pasha dissente, vorrebbe addirittura dimettersi perché fare da trombone alla guerra non gli va, ma poi decide di restare proprio per documentare. E qui torniamo alla madre.

Il cui figlio è l’unico nell’istituto e forse tra i 10 mila abitanti del paese, la cui fortuna è essenzialmente legata alla produzione del rame e la sfortuna alla medesima attività (inquinamento e speranza di vita bassissima), a manifestare un qualche disagio per la guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina. La madre, però, bibliotecaria nella medesima scuola, ascolta e osserva il figlio agitarsi chiusa in una sorta di afono e impermeabile stacanovismo rotto solo da poche frasi lapidarie di universale rassegnazione tipo la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà. 

Ebbene, quella madre sembra incarnare nella sua ineffabile imperturbabilita il miracoloso mix di retroterra sovietico, militarismo, ubbidienza e totalitarismo fascista, fede nella dea “madre Russia” riconoscente, che sta nutrendo e sostenendo insieme ai droni e ai kinzhal lo sforzo bellico antiucraino. 

Che sta costando al paese una media di 1000 giovani morti al giorno e se a noi non può non suggerire il dubbio che, Putin vivo,  mai potrà finire senza un cospicuo bottino da parte dell’aggressore come alternativa alla mancata riannessione nell’impero dell’Ucraina intera, al cineasta in erba destinato a fuggire a Copenaghen ha fornito una delle scene più toccanti.

Nero assoluto in quanto il regime vieta di filmare i funerali. Solo le grida e le parole della madre che non crede non capisce, non si capacita di quel figlio cadavere.

L’opera, girata in questi giorni alla cineteca di Milano e visibile anche in streaming con sottotitoli in inglese, è unica candidata per la Danimarca agli Oscar.


venerdì 5 dicembre 2025

GIOIA MIA, OPERA PRIMA DI MARGHERITA SPAMPINATO, FILM PLURIPREMIATO A LOCARNO 2025, IN ANTEPRIMA A MILANO IERI E NELLE SALE DAL 11 DICEMBRE, È LA STORIA COINVOLGENTE DI UNA RELAZIONE TRA UNA ANZIANISSIMA E UN GIOVANISSIMO. TRAMA NON NUOVA, MA SVILUPPATA DALLA REGISTA CON ORIGINALITÀ GRAZIE SOPRATTUTTO ALLA CARATTERIZZAZIONE FORTE DI DI GELA, DONNA D'ALTRI TEMPI EPPURE MODERNA


Opera prima di Margherita Spampinato, vincitore di due premi a Locarno 78, Gioia mia, in anteprima a Milano il 4 dicembre, uscirà nelle sale l’11 dicembre e non è azzardato immaginare un certo successo per questo tipico film locarnese, con budget certo non stellare e girato tutto a Trapani con un cast largamente locale. Anche in considerazione della temperie natalizia.


La trama semplice, non originalissima, è infatti accattivante anche perché è imperniata senza sconti sul rapporto all’inizio ruvido ma via via sempre più empatico e foriero di interessanti scoperte e sorprese tra una anzianissima prozia, Gela, e un pronipote, Nico, ancora ragazzo ma ad un passo dalla pre-adolescenza e dalle sue tappe, per esempio il primo castissimo bacio. In mezzo, tra questi due estremi generazionali, l’assenza di ogni altra età è totale e, come ha sottolineato la cineasta in sala, voluta. Proprio per consentire al rapporto tra i due, così diversi, così apparentemente inconciliabili, tutto l’attrito possibile in tutte le sue potenzialità.


C’e una sola eccezione per quanto riguarda l’esclusione selettiva del mondo degli adulti, Violetta, che però vediamo solo all’inizio del film. Violetta è la storica e amatissima babysitter di Nico che si sposa e lascia, per così dire, il posto, con gran dolore, anzi lutto, di lui. Di qui l’emergenza di spedire il fanciullo in questa Sicilia più che anziana. Diremmo antica. Anzi, iper antica per la profusione di sacro al limite del kitsch nell’appartamento di Gela.


Anche però sorprendentemente moderna. Coriacea nel suo attaccamento ostinato a semplici qualità e regole umane. Altrettanto amabile al contempo nella sua naturale consapevolezza di ciò a cui l’umanità di tutti i luoghi e tempi aspira.


In questa Sicilia Nico (Marco Fiore) si troverà precipitato dalla metropoli al medioevo, come lui stesso recriminerà al padre al telefono, e, ancora come lui stesso lamenta, ad accoglierlo non sarà la classica nonna che fa biscotti al nipote, ma una vecchia (Aurora Quattrocchi) a tutto tondo.


La quale però col ragazzino, in verità già molto ben educato al dialogo e all’ascolto, entra in una relazione diretta e direttiva, senza indulgenze per la smartphone dipendenza né autocensure o complessi di inferiorità per la propria età. E in un sano regime di parità anche sulla sfera, oggi diremmo, sessuo-affettiva. Senza consenso scritto dei genitori. E il giovane apprezzerà.

venerdì 21 novembre 2025

IL SEME DEL FICO SACRO (2024) Di MOHAMMAD ROSOULOF È L'ENNESIMA STORIA IRANIANA DI UNA FAMIGLIA CHE COLLASSA SOTTO IL PESO DELLA REPRESSIONE. QUANDO CIOÈ LA FATICA DI SISIFO DI UNA MADRE CHE CERCA DI TENERE FUORI DALLA PORTA LA MINACCIA DEL POTERE TOTALITARIO ANCHE CON DOSI MASSICCE DI COMPROMESSO E IPOCRISIA NON BASTA PIÙ. ED ALLORA È TRAGEDIA.

Ancora la famiglia in scena nel cinema iraniano. Questa famiglia così normale, monogamicamente solida, ovattata nel suo guanciale di affetto, ottime intenzioni, sopportazione massima all'interno di un potere che parrebbe all'apparenza non riuscire e forse neppure essere intenzionato ad intromettersi nel privato tran tran. E invece non solo lo fa. Addirittura la famiglia iraniana diventa una sorta parafulmine, di scarico a terra, di ammortizzatore della sofferenza di un popolo oppresso dal totalitarismo della repubblica sciita. Regge quanto può, ma se la pressione diventa eccessiva collassa.

Che è quanto avviene in Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof, titolo allusivo appunto di questa sorta di asfissia sociale e di avvelenamento dei pozzi delle relazioni più intime che un regime oppressivo e all'occorrenza, come nel caso delle proteste di Donna vita libertà successive all'uccisione della giovane Amini, violento condanna da decenni un popolo. Che, come dice una delle tre donne protagoniste del film, vorrebbe solo godere delle libertà che hanno tutti. E invece è vittima del contrario. 

E la famiglia, piccolo regno  del compromesso e della comunicazione quanto meno civile se non proprio empatica, ne paga le peggiori conseguenze.

Certo, i giovani protestano, le vie di Tehran sono attraversate da manifestazioni, scontri, rappresaglie delle forze dell'ordine con uccisioni, menomazioni e arresti, ma la famiglia composta dal padre, Iman, neo-nominato giudice istruttore, dalla moglie Najmeh e dalle due figlie, la ventunenne Rezvan e l'adolescente Sana, ha tutti i numeri per restarne fuori, anzi aderire in toto alla narrazione del potere. Se non fosse che, direbbe De Gregori, la rivoluzione non si ferma davanti ad un portone. 

Entra con le due figlie informate e formate da internet e non dalla tv, con le idee della gioventù universitaria che si ribella, col naturale scontro generazionale figlio di ogni tempo, ma in Iran dopo più di quarant'anni di regime teocratico di più. Entra con la coscienza dei genitori costretti a scegliere tra piegarsi, aderire, addirittura farsi interpreti dell'ingiustizia e della repressione oppure ribellarsi. Entra col dramma del padre al bivio tra rispetto dei valori fondamentali quali la giustizia e l'amore paterno e l'adesione al sistema e alla sua indole di sopraffazione

Tutti ingredienti ben congeniati che imprimono al film una forza indubbia sconfinante nel thriller del finale giustamente evocante quello di Shining, ma non incoerente come secondo una certa critica. Crediamo che sia stato condizionato tantissimo dalla volontà del regista, egli stesso perseguitato, di non rinunciare alla speranza.

IL RIFIUTO DELLA MATERNITÀ IN AMATA (2025) DELLA GIOVANE PROTAGONISTA, NUNZIA, INTERPRETATA DA TECLA INSOLIA COMPLETA CON MATILDE DI CINQUE SECONDI E MARTA DI TRE CIOTOLE UN TRIS, USCITO NELLE SALE IN QUESTO FINE 2025, DI DONNE NON FACILI. SPIGOLOSE, INCLINI A GESTI ANCHE FUORI DALLE RIGHE. NUNZIA NEGA LA MATERNITÀ, POTREMMO DIRE, A 360°, MARTA SI APRE AGLI ALTRI E ALLA VITA SOLO IN FACCIA ALLA PROPRIA FINE. MATILDE FA COSE UN PO' MATTE PRIMA DI ACCETTARE DI AVERE ANCHE LEI BISOGNO DI AIUTO

TECLA INSOLIA

Il rifiuto della maternità non è un tema nuovo nel cinema. Petites di Julie Lerat-Gersant uscito a Locarno 2022, in Italia con l’aggiunta La vita che vorrei… per te, narra appunto di una adolescente per la quale di fare da madre non ce n’è proprio. È una little one, appunto, col fidanzatino che va sullo skate o robe così. 

La protagonista di Amata (2025) di Elisa Amoruso, però,  la diciannovenne Nunzia (Tecla Insolia) sta sulla stessa linea al cubo perché del diventare madre respinge con metodica determinazione tutto ma proprio tutto. Dal concepimento al suo naturale evolversi fino alla varia foresta di relazioni dentro cui la maternità fiorisce e di cui si nutre. Un mondo, il suo, di una giovane centrata solo su se stessa.

Manco dirlo allontana il giovane partner, probabile padre. Alla madre affettuosamente lontana, nella Sicilia da cui proviene (la storia si svolge a Roma) basta nascondere il fatto e non far vedere la pancia che cresce. Intanto fugge da chi maternamente le tende la mano esibendole solidarietà e offrendole aiuto. E porta la pargola per la città dentro un borsone come una refurtiva provocando pure nello spettatore qualche ansietà sulle sue intenzioni con quel corpicino che piange solo perché ha fame.

Va anche aggiunto, però, che, se non voler figli può essere un sentimento naturale, maschile e femminile, di cui molti, se non tutti, possiamo avere conoscenza diretta o indiretta,  squisitamente cinematografico, per quanto certo figlio dei tempi, è invece il trittico rappresentato da tre giovani donne indipendenti ma anche parecchio spigolose comparse nelle sale in questo autunno 2025. Per usare il motto di norma riferito ai maschi, tre donne dal carattere non facile in quanto... di carattere.

Tale è certamente Nunzia. Ma anche Matilde (Galatea Bellugi), in Cinque secondi di Paolo Virzi, non sfigura nel novero. Pure lei col pancione portato come un marsupio, reagisce di brutto sopra le righe con chi, in questo caso paternamente, vorrebbe si desse una regolata. E liquida il giovane padre per una bazzecola. Mentre Marta (Alba Rohrwacher) in Tre ciotole di Isabel Coixet ha addirittura bisogno di apprendere di essere una terminale per diventare un po’ più grata verso la vita e gli altri. Maschi in testa.

lunedì 9 dicembre 2024

IL 9 DICEMBRE 1974, CINQUANT'ANNI FA, NASCEVA PIPPA BACCA, L'ARTISTA MILANESE UCCISA A TRENTATRE ANNI IN TURCHIA DURANTE IL SUO VIAGGIO IN AUTOSTOP VESTITA DA SPOSA ATTRAVERSO UNDICI PAESI TUTTI IN QUALCHE MODO INTERESSATI DA VICENDE DI GUERRA. PORTAVA UN MESSAGGIO ESTREMO DI PACE NEL MODO SUO TIPICO: CREANDO, PROVOCANDO, SFIDANDO. LA SCELTA DELL'AUTOSTOP, EREDITATA DALLA FAMIGLIA, ESPRIMEVA LA VOLONTÁ DI AFFERMARE UNA ESTREMA FIDUCIA NEL PROSSIMO



Il 9 dicembre di 50 anni fa nasceva Pippa Bacca, la trentatreenne artista milanese uccisa l'8 marzo 2008 a pochi km da Istambul da Murat Karatash mentre attraversava uno degli undici paesi interessati in qualche modo dalla guerra del suo Brides on tour. Era infatti vestita da sposa: undici veli quanti i paesi, tacchi a spillo e in autostop. 

Arte e vita il suo destino. Il viaggio era un messaggio di pace nel modo suo: creativo e provocatorio. Come tutto ciò che riguardava la sua esistenza. Non ultime le sue opere d'arte: foto di chi le offriva un passaggio trasformate in mezzi di trasporto, foglie di fico che diventano foglie di altro albero, una festa di compleanno dei nati nel suo giorno (presidente della repubblica Ciampi compreso e invitato), la fondazione del Coniglio rosa, l'alter ego Eva Adamovich ecc.

Il Ferrara Buskers festival quest'estate le ha dedicato una performance di lettura e musica. Brani, circostanze aneddoti pensieri di questa illustre vittima di femminicidio raccontati da Giulia Morello, autrice del libro Sono innamorata di Pippa Bacca. Chiedetemi perché! accompagnati da canzoni di Assia Fiorillo. La foto riproduce la spilla che l''artista fece realizzare nel 2003 a seguito di una dichiarazione d'amore non corrisposta. Pippa Bacca era questa.