GIULIO REGENI TUTTO IL MALE DEL MONDO, IL DOCUFILM DI SIMONE MANETTI, NON PIACE AL GOVERNO DI GIORGIA MELONI E QUINDI NON RICEVERÀ FINANZIAMENTI DAL MINISTERO DELLA CULTURA. EPPURE IL SUO VALORE CULTURALE È ALTISSIMO. È INFATTI UNA RICAPITOLAZIONE RIGOROSA DELLE BRUTALITÀ, DEI TRADIMENTI E DELLE VIGLIACCHERIE DI CUI IL RICERCATORE ITALIANO È STATO VITTIMA PRIMA DURANTE E DOPO ESSERE UCCISO, DOPO INAUDITE TORTURE, NEL MARZO 2016 DA PERSONAGGI DELLA SECURITY EGIZIANA A IL CAIRO. ASCRITTO COME CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ IL DELITTO È ORMAI PROSSIMO A GIUDIZIO. L'EVENTUALE CONDANNA DEI QUATTRO, PER QUANTO IN CONTUMACIA, AVRÀ UN IMPORTANTE SIGNIFICATO GIURISPRUDENZIALE

Della vicenda dello studente friulano dell’Università di Cambridge torturato per nove giorni e ucciso da figure della security egiziana nel marzo 2016  il docufilm ‘Giulio Regeni tutto il male del mondo’ presentato in anteprima lunedì 26 gennaio al Palazzo del Cinema a Milano da Fabio Fazio è soprattutto un ripasso per tutti coloro che hanno seguito il caso nel corso del decennio alle spalle. 

D’altra parte proprio questo il regista Simone Manetti ha voluto che diventasse. In accordo coi genitori di Giulio. I quali, come la madre ha dichiarato, hanno detto tanti no a proposte precedenti, rispondendo sì invece a questa proprio perché il lungometraggio sarebbe diventato “un documento del processo” ormai approdato al passo finale dopo “tante battute d’arresto”. 

Non ultima quella confluita nella sentenza della Corte Costituzionale che, definendo il fatto “crimine contro l’umanità”, ha consentito al dibattimento di proseguire pur senza la comunicazione formale della documentazione agli imputati. Introvabili…

Un fatto importante questo della definizione della fattispecie come crimine contro l’umanità perché proietta il calvario e la fine atroce di Giulio oltre la contingenza di un delitto frutto della paranoia di un regime dittatoriale che pretendeva di vedere una spia, pur non avendone alcuna evidenza, in questo ricercatore laureato in arabo che Al Cairo faceva domande in materia di lavoro per il suo dottorato. Come noto Giulio fu venduto alla security con questa taccia da una delle sue principali fonti. 

Venduto e tradito se si pensa che il compagno dell’appartamento dove abitava nella capitale egiziana non si peritò nemmeno di inviargli un whatsapp per avvertirlo, mentr’era temporaneamente in Italia, di quanto sapeva: che Giulio era attenzionato e quindi in pericolo.

In quanto crimine contro l’umanità la speranza di tutti, a cominciare dai genitori, è che la condanna dei quattro responsabili non diventi solo un fatto di sacrosanta giustizia. Anche, dice Paola Regeni, costituisca un precedente giurisprudenziale. A seguito del quale quanto accaduto al figlio “non accada più o comunque accada con meno certezza di restare impuniti”. 

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