La crepa alla base della locandina esprime la spaccatura che divide la famiglia, anzi il clan, di Gianluca Matarrese, regista calabrese e autore insieme a Nico Morabito di Il quieto vivere, storia ruvida, uscita nelle sale in questi giorni, di due donne, cognata e moglie, in irriducibile scontro. Psichiatria e psicoterapia possono forse soccorrere per comprendere le ragioni.
Di certo c’è che siamo in un minuscolo crocevia sociale calabrese di 70 anime tutte imparentate e tutte più o meno inchiodate dal nocivo miasma di quell’insanabile odio tra le due. E che Matarrese, presentandolo al Palazzo del cinema di Milano, ha assegnato al film un doppio significato.
Il primo è forse più una funzione. Funge cioè da catarsi. È il termine usato più volte dal regista. Nel senso preciso che, essendo la troupe i famigliari stessi, la mimesis ha fatto da prevenzione a tragedie vere. Il regista ne è certo.
Anche però rappresenterebbe qualcosa che va oltre il qui e ora della Calabria profonda. Proviamo ad indovinare. Il quieto vivere potrebbe essere metafora di un paese diviso, litigioso e fermo, il nostro. O anche suggerirci che in questo tempo di contestazione del patriarcato, anche il matriarcato non se la passa bene.
Le due donne se le danno infatti di santa ragione (verbalmente, ma una pistola che gira da una mano all’altra c’è) al cospetto di una comunità che non sa reagire, inventare qualcosa di alternativo, dire basta e mandarle al diavolo. Osserva come soggiogata da quella sterile baruffa: inutili gli inviti alla calma e i pochi maschi non toccano palla.
Un’altra lettura semplicemente suggerirebbe che anche da un contesto chiuso e implosivo del genere può uscire un regista molto simpatico come Gianluca Matarrese e con qualità certamente spendibili su altri set e temi. Glielo auguriamo. O peggio: da una realtà tanto claustrofobica se hai cervello puoi solo scappare. Non farcela è un dramma nel dramma.

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