MEMORABILIS, UNA MOSTRA ALLESTITA A BAGNACAVALLO NEI GIORNI DELLA FESTA DI SAN MICHELE, FRUTTO DI UN'IDEA SEMPLICE E GENIALE DI CARMINE DE SANTO, È UNA COLLETTIVA CHE TRASFORMA IN ARTE I DANNI DELL'ALLUVIONE DEL MAGGIO 2023. ARTE DEFINITA INCONSAPEVOLE DAGLI AUTORI, MA TANTO SENSATA DA SUGGERIRE AL VISITATORE MEMORIA SORPRESA, SORRISO E PERFINO INCREDULITÀ

Non esiste arte inconsapevole, questo va premesso. Quando lo sguardo umano si posa su qualcosa, un pitale o un ramo, e ci vede altro, ecco che entriamo nel regno del troppo umano e quindi  della creazione artistica. E questo è il caso degli oggetti e delle composizioni di Memorabilis, mostra che insieme ad altre suggestive proposte, non ultima quella delle 140 e più xilografie dei campioni dell’Ukiyo – e giapponese, in primis Hokusai e Shirohige, ha arricchito la festa di San Michele di quest’anno a Bagnacavallo. Etichettata come inconsapevole in realtà di inconsapevole ha solo il fango.


La mostra è figlia infatti di una semplice eppure sorprendente idea nata nella testa di Carmine De Santo, a cui l'alluvione del maggio 2023 accanto alla rabbia per gli elettrodomestici e gli strumenti musicali irrimediabilmente perduti nel disastro romagnolo responsabile di miliardi di danni nel triangolo tra Faenza, Ravenna e Cesena, ha teso sul palmo della mano un semplice spunto. Che tale poteva restare. Invece si è trasformato in arte.

Un’arte, povera, poverissima, nella quale oggetti che il fango ha fatto suoi, ha sposato, trasformato in altro, ha compromesso, come l’orologio del manifesto della mostra o il set fotografico, anch’esso roba di Carmine, sono diventati materiale per una collettiva. Perché alle opere di Carmine si sono aggiunte quelle di altri. Insieme, allineate lungo un corridoi della Chiesa di San Francesco, sono diventate una specie di via crucis ispiratrice di memoria, ma anche sorpresa e pure sorriso e ammirazione.

Con in più, nella saletta finale, qualcosa che ogni mostra dovrebbe avere, e spesso non ha, e invece Memorabilis sì, a conferma della sapienza che la ispira: un climax. Anch’esso in parte fornito dal caso, ma un caso sfruttato in modo lucido e, al tempo stesso, visionario. Si tratta infatti dell’insegna in legno su cui si legge, nonostante il lavoro dell’acqua marina, Burson, il vino di Bagnacavallo. La corrente di quei giorni memorabili se l’era portata via fino alla foce del Lamone affidandola all’Adriatico.

Il quale, come le reliquie di certe leggende cristiane o le ninfe dei miti degli antichi, l'ha condotta sulle coste leccesi, per l’esattezza del Comune di Trepuzzi, mille km a sud. Qui recuperata, è ritornata, per moto delle autorità di quel comune, a Bagnacavallo. In un gesto di amicizia tra i due estremi della penisola che però, anch'esso, esprime qualcosa dell’arte: l’incredibile.

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