BONACCINI TRA EMILIA-ROMAGNA PRIDE E LEGHISMO

Lo Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia-Romagna ascoltato il 10 luglio alla festa del partito democratico di Cesena sul tema dell'economia green per la sua regione e, inevitabilmente, anche su quello dell’autonomia differenziata, aveva per molti aspetti le sembianze dei due compagni di viaggio che l’Emilia-Romagna si è scelto su questo secondo tema: i leghisti Zaia e Fontana, presidenti di Veneto e Lombardia, massimi esponenti regionali di un partito illiberale, razzista, antimoderno, condannato per la sottrazione di ben 49 milioni di soldi pubblici e che sta isolando il paese come non mai.

Certo, ha disegnato l’imbarazzante circostanza agli occhi del suo popolo plaudente puntualizzando che l’autonomia differenziata della via Emilia sarà buona, perché nei limiti giusti. Nessun intento di sottrarre risorse finanziarie alle regioni meno ricche e, per quanto riguarda l'istruzione, di creare i presupposti per una scuola regionale come invece, parrebbe, i due compari di squadra. Ma a parte l’impressione che questi Pd siano proprio dei camaleonti. Hanno ampliato l’autonomia regionale nel 2001, erano per le macroregioni successivamente, hanno virato in seguito in una stretta centralistica con il bocciato referendum Costituzionale renziano, infine approdano con l’Emilia Romagna di Bonaccini alla rivendicazione di una autonomia differenziata insieme al leghismo di lotta e di governo e attraverso una trattativa con Salvini da qualche critico definita segreta, semiclandestina, comunque avulsa da un serio, ampio, aperto e democratico dibattito (come invece per il referendum renziano).
A parte, appunto, questa, chiamiamola così, liquidità politica nella quale ci si smarrisce un po’, c’è il problema che nella serata del 10 luglio a Cesena il presidente dell’Emilia-Romagna, mentre sfoggiava con una potenza oratoria ammirevole i vari primati e riconoscimenti internazionali della regione da lui amministrata, dalla consulenza ai cinesi sull'aria pulita all'agenzia europea del clima trasferita a Bologna, dai soldi europei spesi tutti alla disoccupazione regionale al 5,6%, teneva al contempo sotto traccia i temi identitari di un “democratico” e ne sollevava invece altri più a misura di pancia di un elettorato regionale che, e qui non possiamo dargli torto, per quanti meriti presunti o reali Bonaccini & Co. rivendichino, l’anno prossimo potrebbe passare comunque in maggioranza col nemico. L’ha ammesso il governatore stesso. Più di una volta. “Si potrebbe anche perdere: le cose non stanno andando come noi vorremmo…”
Infatti gli applausi strappati, quelli cioè non di rito, sono esplosi, per quanto non fragorosi, in due sole occasioni: quelle in cui il governatore ha scatenato l’orgoglio emiliano-romagnolo tingendolo, purtroppo, di regionalismo stizzoso ed egoistico. Quando cioè ha detto no hai rifiuti romani di Virginia Raggi, per la ragione che quando l’Emilia Romagna in passato li ha accolti da altre regioni e per altre emergenze invece che gratitudine ha ricevuto critiche. Ci si poteva aspettare, insomma, un ragionare meno scimmiottante questa nuova genia di leader sempre alla ricerca di nemici e divisioni.
L’altra circostanza di sublime abbraccio con la sua gente è stata quando il presidente ha sparato l’idea di proporre all’Europa di redistribuire tra le regioni virtuose i soldi che quelle non virtuose non spendono. Qualche democratico della vecchia guardia, forse, avrà cercato di non credere alle proprie orecchie.
Non una parola, invece, a parte un fugace richiamo alla solidarietà, sul tema dell’immigrazione, che è nazionale ed europeo, certo, ma se orgoglio emiliano romagnolo deve essere, perché non rivendicare anche una virtuosa gestione del problema da parte della regione compresa l’implementazione del sistema degli Sprar del democratico ministro degli interni Minniti? Il tema forse non faceva audience? Paura di rovinare l’idillio?

Poi, certo, può essere vero che nell'ambito dell’autonomia differenziata dell'istruzione il PD emiliano romagnolo desidera solo una maggiore mano libera in ambito programmatorio del personale e dei titoli. “Decidere a livello regionale il fabbisogno dei docenti e anche armonizzare proficuamente titoli e posti di lavoro” sono in sintesi le due richieste emiliano romagnole. Tuttavia la differenza spaventosa di istruzione di base tra Nord e Sud del paese che i dati Invalsi rivelano proprio in questi giorni (e crediamo che Bonaccini ne fosse al corrente) appare talmente allarmante da aspettarsi legittimamente la capacità di vedere un po' più in là del suo orto da parte di una figura di punta del Partito Democratico, per quanto di rango regionale. Anche perché presumibilmente è proprio il suo partito il primo a far le spese politiche della voragine delle competenze funzionali della popolazione.

Ci si aspetterebbe invece che il Pd sollevasse ad un livello di trasparenza e discussione democratica il dibattito sulle ulteriori rivendicazioni di autonomia regionali e sulle trattative in corso con il governo, questo governo, condotte dall’Emilia Romagna in compagnia dell’estremismo leghista. I rimproveri da parte di figure autorevoli rispetto ai modi e alla sostanza dell’operazione (che riguarda la configurazione dello stato italiano) non mancano. La triade sindacale è contraria. Gli analisti del Roars (Return on Academic Research) scrivono addirittura che si attuerebbe una “frantumazione, sostanzialmente irreversibile, delle strutture materiali ed immateriali alla base della collettività e dell’identità nazionale”. Esagerano? Discutiamone, almeno.
Giuseppe Fabbri

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