Il personaggio decisamente più sorprendente di Mr nobody against Putin, docufilm di 90’ creato con riprese di Pavel Talankin trafugate in Danimarca per essere trasformate in lungometraggio col ruolo determinante del regista David Borenstein, è la madre di Pasha, il giovane protagonista e autore delle riprese in quanto docente e coordinatore degli eventi della scuola primaria di Carabash, Urali meridionali, Russia, dove la storia si svolge.
Storia semplice. Pasha, in quanto coordinatore degli eventi della scuola ha anche il compito di filmare ciò che di interessante si svolge al suo interno. Da sottolineare la circostanza: da noi la cosa sarebbe semplicemente trattata con orrore e vietata. Nella Russia di Putin invece si fa con gran soddisfazione di Pasha. Se non fosse però che con l’invasione russa dell’Ucraina studenti e prof sono sottoposti a militarizzazione e autoritarismo da ogni punto di vista: marce militari, prediche contro il nemico interno ed esterno, Wagner che addestra ragazzi e ragazze ad imbracciare le armi, maestri che predicano la bellezza del morire per madre Russia e, naturalmente, coscrizioni di giovani-carne da cannone.
E Pasha dissente, vorrebbe addirittura dimettersi perché fare da trombone alla guerra non gli va, ma poi decide di restare proprio per documentare. E qui torniamo alla madre.
Il cui figlio è l’unico nell’istituto e forse tra i 10 mila abitanti del paese, la cui fortuna è essenzialmente legata alla produzione del rame e la sfortuna alla medesima attività (inquinamento e speranza di vita bassissima), a manifestare un qualche disagio per la guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina. La madre, però, bibliotecaria nella medesima scuola, ascolta e osserva il figlio agitarsi chiusa in una sorta di afono e impermeabile stacanovismo rotto solo da poche frasi lapidarie di universale rassegnazione tipo la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà.
Ebbene, quella madre sembra incarnare nella sua ineffabile imperturbabilita il miracoloso mix di retroterra sovietico, militarismo, ubbidienza e totalitarismo fascista, fede nella dea “madre Russia” riconoscente, che sta nutrendo e sostenendo insieme ai droni e ai kinzhal lo sforzo bellico antiucraino.
Che sta costando al paese una media di 1000 giovani morti al giorno e se a noi non può non suggerire il dubbio che, Putin vivo, mai potrà finire senza un cospicuo bottino da parte dell’aggressore come alternativa alla mancata riannessione nell’impero dell’Ucraina intera, al cineasta in erba destinato a fuggire a Copenaghen ha fornito una delle scene più toccanti.
Nero assoluto in quanto il regime vieta di filmare i funerali. Solo le grida e le parole della madre che non crede non capisce, non si capacita di quel figlio cadavere.
L’opera, girata in questi giorni alla cineteca di Milano e visibile anche in streaming con sottotitoli in inglese, è unica candidata per la Danimarca agli Oscar.

