IN IL GIARDINO DI ALI, SECONDO ROMANZO DI GIUSEPPE CONTI CALABRESE, UN SUFI EGIZIANO APPRODA A VILLA HECH, IMMAGINARIA RESIDENZA NOBILE SUL LAGO DI COMO, LA CUI PROPRIETARIA É CECILIA RIVA, ULTIMA RAMPOLLA DI UNA DINASTIA DI INDUSTRIALI DELLA SETA. NASCE UNA STORIA D'AMORE IL CUI PRIMO FRUTTO É LA REALIZZAZIONE DI UN GIARDINO ISLAMICO, LUOGO MISTICO DI UN AVVICINAMENTO A DIO CHE ALI MANSOUR, ARCHITETTO E APPASSIONATO IDEALISTA, PERSEGUE IN OGNI ASPETTO DELLA VITA. ANCHE NELL'ANELITO AL DIALOGO INTER-RELIGIOSO COL CRISTIANESIMO E, NELLA TEMPERIE DELLA PRIMAVERA ARABA DEL 2011, AD UN DESTINO DIVERSO PER IL SUO PAESE DALL' AUTORITARISMO E DALL'INGIUSTIZIA

Parliamo di religione musulmana? Di islam? Tutto sommato la cronaca invoglia poco. Ci costringe invece ad allargare il focus sul Allahu Akbar il secondo romanzo di Giuseppe Conti Calabrese, Il giardino di Ali, Castelvecchi, 2024. Dopo il primo ambientato a Milano, il narratore milanese ci conduce infatti all'inizio sulle rive del lago di Como in faccia a Bellagio e in una immaginaria villa Hech, gioiello neorinascimentale e nido lussuoso di Cecilia, ultima rampolla di una dinastia di industriali della seta, e di Riccardo, fascinoso buyer e marito. Da qui però prende il volo nella geografia e nel pensiero. Perché a villa Hech, per traversie varie, ma in fondo proprio perché Allah è grande e in lui sta tutto il bene e il male del mondo, approda Ali Mansour, un sufi. Dall’Egitto.

Non è un migrante. Semmai un profugo. Ali è di ottima famiglia e studi solidi di architettura al Cairo e a Firenze. Mai descritto eppure certamente infuso della bellezza del suo stile e delle sue parole. La sua biografia nasconde un segreto di violenza jihadista, ma un po' perché manzonianamente chiamato un po', anzi molto, grazie alla guida del mentore zio Adel diventa tutto Corano, pace e saggezza. Il suo trasferimento in Italia rientra appunto in questo nuovo percorso. Nel quale però Ali resta a modo suo eversivo. Si sa che i mistici vanno a genio finché pregano e basta. Molto meno se esprimono una qualche non ortodossa visione. Una volta li si bruciava in pubblica piazza.  Ebbene, il sufi Ali Mansour resta uno scompaginatore di carte. Del suo passaggio lascia il segno.

Perché a questo devoto assoluto nell’Unico interessa zero la sanguinosa diatriba sciiti- sunniti. Gli piace il dialogo inter-religioso a 360°.  É un personaggio al tempo stesso semplice e complesso, Ali. Semplice perché in lui qualsiasi lettore potrà riconoscersi come nel protagonista di un romanzo rosa perfino con un po’ di invidia. Complesso perché incarna la fede nel Dio imperscrutabile di Lutero e Maometto, ma anche provvidenziale di frate Cristoforo, militante alla San Paolo, francescana del Cantico delle creature e cristiana nel senso del sacrifico per tutti noi. E dialoga su questi argomenti come in un trattato rinascimentale con Paolo Dall’Oglio (quello vero, quello sparito nel 2013 nel gorgo della jihad e dei crimini di Assad) e Don Antonio, ministri cristiani altrettanto idealisti e altrettanto militanti del buono e del bello in nome di Dio: il primo crociato e agnello sacrificale della pace e del dialogo, il secondo interprete del dubbio, che della fede profonda e contemporanea è sostanza.

E poi Ali crede nelle opere, ovviamente quelle belle. Che sono divine per antonomasia e bisogna farle. Pertanto come un novello Leon Battista Alberti propone alla mecenate Cecilia una città ideale nella proprietà di villa Hech. Un giardino, un giardino islamico, il jannah. Perché Ali il paradiso lo vuole in terra. Perché, dice a Cecilia per buona ventura rimasta vedova di un marito manesco e già innamorata cotta di lui, e chi non lo sarebbe, “Dio è bello e ama la bellezza”. E quel giardino sarà “il sublime e il perfetto compimento del mondo terrestre, dove uomini e ogni altra creatura vivente rivelano finalmente la loro origine divina”.

Non per nulla fungerà poi da crogiuolo di visioni, utopie, speranze e, giù per li rami, affetto reciproco, abbracci, amicizia, amore, ascolto, interscambio di idee, sesso. In un contesto di osmosi delle fedi che non è sincretismo: è condiviso anelito all’assoluto.

Tanto assoluto che Ali affida a questo credo, un credo globale perché privo di steccati e inutili primazie, un credo che un utopista di razza non può oggi non auspicare, perfino il compito di nutrire l'attivismo politico: non verso il fanatismo e la violenza, naturalmente, ma sospinto da quel sacrosanto anelito alla libertà e alla democrazia che i popoli della primavera araba, per non dire del Donna Vita Libertà iraniano, hanno massimamente dimostrato di desiderare senza successo e tanto dolore. 

Perché, certo, la terra non è un paradiso e il romanzo di Calabrese è religione, filosofia, formazione, sentimento, ma anche, tragicamente, storia. La narrazione attraversa un buon quarto di secolo inciampando in Mubarak e nella sua asfissiante autocrazia, nell’11 settembre, nell’autodafé dell’ambulante Mohamed Bouazizi, nell'illusione della primavera araba. E la storia, purtroppo e per fortuna, siamo noi. Non per nulla, tornando alla cronaca, per i sufi d'ogni contrada sta tirando un'aria pessima.

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